Marzo pazzerello, aprile con l’ombrello… questione di CLIMA?

Il punto sulla questione ambientale: riscaldamento globale e fenomeni estremi relativi, come siccità e alluvioni.

È indubbio che l’impatto mediatico di una ragazza che si interessa di tematiche globali in così giovane età non abbia eguali. Tuttavia, a livello istituzionale, la problematica dei possibili pericoli dei repentini cambiamenti climatici, dovuti soprattutto all’intervento umano, è già in fase di discussione da tempo.

Nel dicembre 2015 è stato approvato il cosiddetto “accordo di Parigi, un trattato che mira a stabilire dei limiti definiti di consumi ed emissioni a livello internazionale, per contenere il più possibile il riscaldamento globale e sollecitare ciascuna nazione a fornire il proprio contributo.

 

Perchè un trattato?

Nello specifico, l’obiettivo a lungo termine (entro la fine del secolo) è quello di mantenere al di sotto di 1,5°C l’aumento medio della temperatura globale: questo ridurrebbe in maniera significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici, tra cui si annoverano lo scioglimento dei ghiacci perenni con il conseguente aumento del livello dei mari, l’aumento dell’intensità di fenomeni meteorologici estremi, il pericolo di siccità e incendi, l’estinzione di specie animali, l’incremento di ondate di calore con conseguenze sanitarie sulla popolazione, la variazione dell’attività agricola e molti altri danni all’ambiente.

Di fatto, alcune attività tipicamente moderne come la combustione di prodotti fossili e la deforestazione hanno causato un incremento sostanziale dei cosiddetti gas serra, già naturalmente presenti in atmosfera: questi agiscono in maniera simile al vetro di una serra (da qui il nome), trattenendo il calore dei raggi solari che raggiungono la Terra e limitando il loro ritorno nello spazio. Questo provoca un aumento eccessivo delle temperature medie terrestri: meccanismo riassunto nel concetto di riscaldamento globale.

Non meno importante ma spesso considerato erroneamente marginale è il problema degli allevamenti intensivi: essi impiegano un’elevata percentuale di risorse naturali agricole ma non compensano le emissioni derivate dalle deiezioni e dalla fermentazione enterica degli animali, ovvero il processo digestivo dei ruminanti. L’emissione media di metano inodore che un animale produce è di circa 500 litri al giorno: secondo alcuni studi di Greenpeace, in Italia il 39% delle risorse agricole basterebbe a stento per compensare l’impatto prodotto dagli allevamenti intensivi, con note conseguenze a livello ambientale.

 

Quali obiettivi?

Nella definizione di “lotta contro il cambiamento climatico” rientrano delle misure inserite nel programma di sviluppo sostenibile “Agenda 2030”, ovvero un insieme di 17 obiettivi rivolti, a livello globale, agli ambiti economico, sociale, ambientale e istituzionale: tra gli strumenti di attuazione figurano anche la sensibilizzazione e l’istruzione riguardo alle tematiche in oggetto.

Questo punto dell’Agenda 2030 sottolinea l’importanza della promozione e della divulgazione a tutti i livelli educativi: molto spesso l’interesse e l’informazione sono carenti e limitano, di conseguenza, le possibilità di partecipazione attiva dei cittadini, la tempestività degli interventi e l’adozione di comportamenti adeguati in ambiti fondamentali per l’uomo, talvolta sottovalutati per mancanza di consapevolezza.

L’Unione Europea, con i suoi Stati membri, rientra nei 190 Paesi che hanno aderito all’accordo di Parigi: ciascuna componente ha istituito dei piani differenziati, determinati a livello nazionale, per la gestione della questione climatica, che tuttavia sembrano non risultare ancora sufficienti per conseguire gli obiettivi concordati nel 2015.

 

A che punto siamo?

Nel contesto italiano, in base alle direttive dell’accordo di Parigi è stato proposto entro il 2020 un piano strategico a lungo termine con un orizzonte trentennale: esso individua dei percorsi che possano consentire il raggiungimento, entro il 2050, di una condizione di “neutralità climatica”, ovvero una situazione in cui le restanti emissioni di gas serra siano compensate da assorbimenti di anidride carbonica attuati non solo dalla flora naturale, ma anche da auspicabili innovazioni tecnologiche e scientifiche di supporto.

Di fatto, l’accordo di Parigi confida nel raggiungimento del massimo livello di emissioni globali nel minor tempo possibile, così da instaurare poi delle progressive riduzioni controllate e sistematiche: è evidente, tuttavia, che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo per raggiungere tale soglia, pertanto si prospetta un ritardo generalizzato nelle tempistiche preventivate.

Ad oggi, sembra che l’insistenza delle fonti mediatiche sul tema del cambiamento climatico abbia suscitato maggiore sensibilità collettiva rispetto a qualche anno fa: secondo il sito ufficiale dell’UE, l’Europa ha operato, e tuttora avanza, in prima linea negli sforzi internazionali, svolgendo un ruolo fondamentale tanto come guida quanto come esempio di impegno alla sostenibilità.

In evidenza

Torna in alto