Cavaliere in armatura di seta

Audioguida

Monte di Malo (VI), tra filande e filandiere

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La coltivazione dei bachi da seta un tempo era un’attività molto diffusa tra le famiglie contadine.
Un mestiere affidato in particolare alle donne, che ne seguivano i complessi passaggi con molta cura. Cosa è rimasto di tutto questo? Qualche traccia la troviamo dentro nascosta all’interno di alcune espressioni del nostro lessico, scopriamo quali.

“Son cavalier, ma senza croce in petto; i Mori spoglio, e in Africa non vo:
tre volte a’ giorni miei cangio l’aspetto, per vedermi immortal mentr’io potrò;
e per mangiar e per dormir nel letto, al contrario di voi la roba fo;
anzi vo’ dirvi, e non mel crederete, che tanto quanto mangio, appunto o’ sete.”

Questo enigma è attribuito ad Antonio Malatesti, l’inventore di indovinelli fiorentino più famoso del ‘600. Avete indovinato di chi sto parlando? Del baco da seta naturalmente, la larva di una farfalla che oggi risponde al nome di Bombyx mori o Bombice della seta.
Ai nostri tempi veniva chiamato “Cavaliere”, non so bene nemmeno io perché ma so che nel giorno di San Giorgio, il 23 Aprile, si andava tutti in processione in chiesa a far benedire una parte delle uova, le seménse, per poi iniziare l’allevamento. Molti in famiglia si dedicavano a questa attività e anche io da bambina seguivo e aiutavo mia madre nelle varie fasi di allevamento, eravamo infatti noi donne ad occuparci dei cavalieri!

Dopo aver fatto schiudere le uova, mettevamo le piccole larve su un telaio di canne con letti di foglie di Gelso, il loro cibo preferito.
Dopo 5 mute, queste larve, divenute bianche e lunghe qualche centimetro, erano pronte per fare il bozzolo.
Portavamo quindi le larve nel granaio dove avevamo preparato delle fascine di legna secca. Le fascine servivano per dare la possibilità ai cavalieri di trovare un sostegno su cui arrampicarsi e fissare il bozzolo. Dopo 3 giorni, trecentomila movimenti del capo e un’unica ininterrotta bava, lunga circa 750 metri, la Galéta, cioè la crisalide, era pronta.

Con la vendita delle Galéte, la mia famiglia guadagnava una buona parte del salario di un anno, ecco che una buona annata di allevamento voleva quindi dire maggior benessere per tutti.
Alla filanda, le Galéte finivano dapprima in mano alle cernitrici, o Passarine, che selezionavano i bozzoli perfetti, detti “reali” da quelli “realini”, buoni ma con qualche piccolo difetto.

Le prime a trattare i bozzoli erano quindi le Scoatìne, che immergevano i bozzoli nell’acqua calda e li muovevano con una scopetta per far sciogliere la sericina, la sostanza collante che tiene insieme la preziosa bava serica.
Le Filandiere quindi prendevano i bozzoli preparati dalle scoatìne e li versavano nell’acqua calda delle bacinelle.
Afferravano le bave di sei/sette bozzoli e con le dita le attorcigliavano in modo da formare un filo unico, il filo di seta.

E non erano le uniche! In filanda le mansioni erano molte. C’erano le menaresse, la passaseda, le ingropìne, la bigatìna o bigatàra, la strusina e altre lavoratrici, tutte indispensabili per la buona riuscita del prodotto.
Quanto lavoro e quante persone gravitavano attorno a quel preziosissimo filo di seta, che per anni ha permesso a tantissime famiglie della nostra zona di mantenersi e portare il cibo in tavola!
Per farvi capire la sua importanza vi lascio con una curiosità: sapete da dove deriva il detto “costare un ocio dela testa”? Dobbiamo tornare indietro fino al 1495 a Verona.

Il 24 Marzo di quell’anno, venne infatti pubblicata una “provvisione” che minacciava la perdita di un occhio a chiunque venisse sorpreso a rubare un gelso.
A Bassano, nel 1498, la pena venne invece ritenuta troppo severa e sostituita con il castigo delle frustate durante il giorno di mercato, facendo correre il colpevole per tre volte da una parte all’altra della città.

Quindi mi raccomando, se mai vi venisse l’idea di tagliare un gelso, non fatelo.
Anzi, prendetevene cura e raccontate la sua e la mia storia, perché non possiamo guardare al futuro e decidere chi saremo, senza guardarci alle spalle e conoscere chi siamo stati.

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