Vita da filanda – Maria Cocco

Audioguida

Monte di Malo (VI), tra filande e filandiere

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Maria Cocco ci racconta del lavoro in filanda, della prima paghetta, del rapporto con le sue colleghe e amiche, delle dure condizioni di lavoro, aprendoci le porte dei suoi ricordi.

Eccola lì Priabona, fino a lì si doveva arrivare. Solo metà della strada e già mi facevano male i piedi.
Quanto ho sognato di potermi comprare delle scarpe con i miei risparmi!
Un tempo infatti, tutti i soldi che si guadagnavano lavorando si portavano in casa e servivano alla gestione dei beni comuni.

Ricordo ancora quando portai per la prima volta la busta con lo stipendio a casa, non mi sarei mai sognata di aprirla prima di arrivare! Arrivai a casa e la consegnai a mia mamma, con lo sguardo fiero di chi ormai era diventata un’adulta. Lei era tutta contenta, insomma, a quel tempo avevo solo 14 anni!
Le ore di straordinario che facevo le tenevo per me, un po’ li spendevo per qualche piccolo sfizio e con il resto “facevo musina”, come dicevamo un tempo, cioè li mettevo via di scorta.

In filanda poi, sui soldi non si scherzava, ogni errore che si commetteva, veniva pagato con una detrazione dalla paga mensile: “Te si nà in calo”, ci dicevano, quando avevamo tratto meno filo di quello che avremmo potuto fare con i bachi a disposizione.

Ognuna di noi, infatti, aveva la sua postazione numerata, così come era monitorata la quantità di bozzoli che ognuna lavorava. Era poi facile fare il conto e capire di chi fosse la colpa di un eventuale ammanco o errore. Ecco perché, per potersi permettere di mettere via qualcosa a fine mese, dovevamo fare molta attenzione sul lavoro e risparmiare il più possibile a casa.

Di certo sul cibo non si spendeva un granchè, anche perché all’epoca non c’era sicuramente tutta la disponibilità che c’è ora. I pranzi in filanda, infatti, erano molto essenziali, non rimpiango certo quei tempi: ci portavamo da casa due mele, due uova, qualche patata, che facevamo cuocere nell’acqua bollente che avevamo sempre a disposizione.
Cibo e bozzoli dei bachi stavano quindi insieme nella stessa tinozza, tanto che alla fine anche le patate prendevano il gusto dei “bigati”, cioè dei bozzoli.

I più fortunati si portavano giù un po’ di polenta, un po’ di pane e formaggio, dei fichi secchi: insomma, ci si adattava a quello che si aveva in casa e a quello che la stagione permetteva.
Con l’occasione del pranzo, ci si ritrovava tutte e quando era bel tempo ci si metteva al sole a mangiare. Ah, quanti canti facevamo tutte assieme! Anche lavorando si cantava molto, se la giornata non era particolarmente trafelata e così il tempo e la fatica passavano un po’ in secondo piano.

Tra canti, bozzoli e tinozze di acqua bollente, ho quindi passato molti anni della mia giovinezza. Sogno ancora adesso la filanda, il vapore prodotto dall’acqua calda che saliva dalle bacinelle e si condensava all’interno dell’edificio fino a formare una nebbia fitta, i capelli e gli abiti impregnati di umidità, l’aria maleodorante e le finestre che non si potevano aprire per non causare danni alla seta.
Sogno le mie compagne, gli odori, la fatica, l’ambiente severo e rigido, ma porto con me anche dei bei ricordi come le persone incontrate e le piccole soddisfazioni sono infatti ciò che mi ha resa orgogliosa di essere stata protagonista di un pezzo di storia di questa piccola comunità.

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