Le ragazze del Feo

Audioguida

Monte di Malo (VI), tra filande e filandiere

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La vita nell’altopiano di Faedo non era per niente facile, soprattutto per le ragazze.
Con il racconto di Maria Cocco, ragazza del Feo, scopriremo i dettagli della vita contadina di primo novecento fatta di fatiche, sacrifici ma anche di famiglia e affetti sinceri.

“Forza, sveglia, dai che sono le 6.00 e arrivi tardi al lavoro!”
Lei è mia madre, Rita, non proprio quella che definireste una donna dalle maniere dolci e premurose.
Ogni mattina veniva a svegliare me e le mie sorelle, apriva i balconi, non importava fosse inverno o estate, e ci aspettava di sotto con la colazione pronta. 15 minuti restava in tavola, e se avessi fatto tardi, tuo danno, ti saresti dovuta accontentare solo del pranzo.
Oh, scusatemi, che sciocca, non mi sono presentata: sono Maria Cocco e quando ero giovane abitavo qui, a Faedo.

Ho scoperto solo in età adulta la storia della mia contrada e delle sue antiche origini, che traspaiono già dal nome: Faedo infatti si pensa abbia origine da fagetum, ossia bosco di faggio, come si è potuto leggere in un documento storico del 1300.
Si è poi scoperto che i primi abitanti di queste zone erano tedeschi, migrati qui circa un secolo prima, per ordine del Sacro Romano Impero, che all’epoca governava queste zone.

Ignara di tutto questo, da giovane, Faedo per me era semplicemente casa.
Ho abitato qui per tutta la mia giovinezza: non un gran posto dove vivere, ma a noi bastava, ci sentivamo protetti nella nostra comunità.

Di certo le difficoltà non mancavano, innanzitutto per dover andare a lavorare: al tempo, noi ragazze andavamo quasi tutte alla filanda di Priabona. Era circa un’ora di strada a piedi, ed ecco spiegato il motivo della fretta che ci metteva nostra madre la mattina: non si poteva fare tardi al lavoro, soprattutto quando Gianni era di controllo.
Avevamo timore di Gianni “l’assistente”, come di tutti i superiori, a dire il vero.
Non ci parlavano, si limitavano a camminare avanti e indietro per i corridoi con i pollici infilati dentro al gilet, e noi tutte zitte a lavorare a testa bassa.

Alla mattina, passavano a fare il resoconto del lavoro del giorno precedente: ohi, che brutta giornata avresti passato, se avessi fatto anche mezzo etto di meno del previsto!

D’inverno la discesa in paese era sempre un bel problema, mica c’erano le scarpe come ora! Si andava con gli zoccoli di legno (le scarpe si dovevano tenere per la domenica) ai quali spesso si cuciva una imbottitura fatta a mano con i calzini dismessi degli uomini.

Ecco come iniziavano le giornate qui al Feo: una calda colazione la mattina, polenta e latte o latte e caffè, una piccola scorta per il pranzo e poi tutti al lavoro.

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