Uno spettacolo millenario

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A spasso nella natura: i diorami del Museo Naturalistico di Asiago (VI)

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Uno spettacolo millenario (Patrizio Rigoni)

Uno spettacolo millenario, da Incontri sull’Altopiano di Patrizio Rigoni, Cierre Edizioni

Non tutti possono né potranno forse mai assistere di persona agli straordinari combattimenti primaverili dei forcelli, lassù in montagna: ci sarebbe un tal via vai di gente e quindi un disturbo tale da allontanare magari definitivamente questi impareggiabili uccelli dai pochi luoghi atti alla lotta (le cosiddette arene). Anch’io sono tra i fortunati, vi ho assistito una sola e unica volta e m’è bastato: è un avvenimento così grandioso e così selvaggio insieme da suscitare in cuore l’esigenza che niente al mondo l’abbia ad impedire o, peggio che peggio, ad annullare.

M’è bastata una sola volta: infatti non credo mi sia sfuggito un momento o un aspetto di quell’occasione favolosa, né l’incanto della notte passata sotto le stelle, né le primissime voci degli uccelli all’aurora, né la solennità del sole nascente tra le creste ancora innevate, né, men che meno, l’attesissimo arrivo dei forcelli per le parate di sfida e le zuffe.

Ma che uccelli sono, tanto ne parlo bene? I galli forcelli, chiamati così per la forma a forcella della coda, sono bellissimi sia a terra che in volo, ma diventano superbi e maestosi capolavori della natura nel periodo degli amori. Me ne avevano tanto parlato che l’invito ad assistervi da parte di un amico, cacciatore di montagna, mi parve un privilegio, quasi un segno del destino. Sarebbero fuggiti e addio spettacolo! Non c’era la luna ma il chiarore di miliardi di stelle (così vicine da toccarle!) riflesso da miliardi di cristalli di neve ci facilitava la sistemazione.

Ci appollaiammo tra i rami d’un grosso abete, un po’ in disparte ma con una buona visuale. Aspettammo pazientemente, bene infagottati e col passamontagna in testa, scambiando qualche parola sottovoce. Il vento ancora gelido ci teneva svegli.
Eravamo ambedue un tutt’uno con la montagna, coi larici e i mughi, le rocce e l’infinito firmamento che ci sovrastava. Il silenzio era immenso: qualsiasi parola sembrava inutile, meglio star zitti.

Quando a levante l’orizzonte cominciò appena a tingersi di rosa (eran le quattro?), all’improvviso, come dal nulla, sopraggiunse il primo maschio: era appena visibile sulla neve e per un po’ rimase immobile col collo teso, guardandosi attorno, circospetto. Poi soffiò forte “uiisch… tciu-uiisch”. Non avevo mai sentito un verso simile.

Sembrava una minaccia, un avvertimento (mi ricordava il soffio della vipera quand’è spaventata). La notte lo rendeva ancora più severo, quasi un ordine. Poi ecco quello che mi sembrò il richiamo di sfida lanciato ai rivali, vicini o lontani: un lungo, sonoro “truu-truuruu” o qualcosa di simile. Lo ripeté più volte continuando anche a soffiare come prima. Ero incantato! La sfida fu raccolta: arrivarono da chissà dove, uno dopo l’altro, tre-quattro forcelli. Forse venivano dal Meatta, un monte distante un chilometro o più in linea d’aria.

Avevano le ali penzoloni e la coda aperta al massimo. Si muovevano sull’arena esibendo, mostrando cioè l’un l’altro, vanitosamente, le proprie qualità, la forza e l’avvenenza: una scena che a milleseicento metri d’altezza, nel momento quasi religioso del risveglio della montagna, in attesa del nuovo sole, quasi mi toglieva il respiro. Uno scenario che, vecchio di millenni, sembrava magico, irreale: un sogno!

E il sole finalmente s’affacciò sull’Altopiano e sul mondo in tutta la sua regale magnificenza, illuminando come un enorme faro il palcoscenico dove si fronteggiavano i galli.
Si giravano attorno l’un l’altro soffiando e gonfiando il petto minacciosamente, grattavano la neve, piroettavano in aria, si balzavano addosso con le zampe protese: qualche graffiata arrivava a segno e qualche penna volava via, ma tutto, ogni mossa, ogni finta, ogni affondo sembrava fatto senza vera violenza, senza voglia di ferire o di annientare l’avversario.

C’erano sì fatica, foga, ardore ed eccitazione, ma avevamo l’impressione di assistere a un combattimento in cui un invisibile arbitro fosse lì a impedire lo spargimento di sangue. Pensavamo che la lotta dovesse cessare per la stanchezza, quando cioè i galli avrebbero via via esaurito le proprie forze. Ma perché combattevano? Cosa spettava al vincitore? L’amore delle femmine? E le femmine dov’erano?

Qualcuna occhieggiava qua o là, ma parevano disinteressate allo scontro: forse era una tattica tutta femminile! Non ricordo quanto durò lo spettacolo, ma quando il sole era ormai alto sulla montagna, uno alla volta i combattenti si dileguarono lasciando sul campo le loro orme, delle penne e sua maestà il vincitore, il più resistente di tutti.

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