Amica vipera

Audioguida

A spasso nella natura: i diorami del Museo Naturalistico di Asiago (VI)

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Amica vipera (Patrizio Rigoni)

Amica vipera, da Incontri sull’Altopiano di Patrizio Rigoni, Cierre Edizioni

“Attenti alle vipere!” si sente dire dalle mamme quando si fan le uscite scolastiche nei boschi.
A sentir loro le vipere son dappertutto e sempre, in ogni stagione e con qualsiasi clima. Invece non è per niente facile vedere una vipera, neanche nelle zone assolate e pietrose dove normalmente vive. Perché?

Perché, non appena sente un rumore di passi, si dilegua silenziosamente. Così successe a me quando, in occasione del mio primo libro sulla natura, avevo bisogno di fotografarne qualcuna nel suo ambiente.

Mi trovavo in perlustrazione nel Prà dei Tedeschi, in quel di Rotzo, nel bel mezzo di una calda giornata di luglio, momento ideale per trovarle distese al sole.
Camminavo da un po’ lungo la carrareccia cercando di non far rumore e guardando giù per la scarpata, tra i sassi e gli sterpi. Controllavo ogni metro quadrato, ogni anfratto. Niente: “Eppure ce ne devono essere… altrimenti dove, meglio di qua?
Il terreno, arido e impervio, offriva mille rifugi, mille possibilità di nascondimento. “Forse mi hanno sentito… devo far più piano…”. E continuavo a camminare lentamente, in punta di piedi, come un ladro di notte.

Finalmente: “Ecola là che la zè drio scondarse”. La vidi infatti serpeggiare adagio tra l’erba, grigia come le pietre.
Andò a nascondersi dentro una masiéra, sotto un masso in bilico. Era mia! Mi appostai con calma sopra la grossa pietra e aspettai. Cosa aspettavo? Che la vipera uscisse dal rifugio per rimettersi al sole. 
Passarono alcuni minuti. Poi ecco spuntare pian piano la testa, con la linguetta che vibrava: tastava, esplorava, odorava l’aria intorno a sé. Sentiva che c’ero, da qualche parte, ma dove? Era indecisa sul da farsi.

Il sole e la quiete la tentavano: esporsi o non esporsi? Girò la testa all’insù e mi vide. Io, fermo, la guardavo incantato.
Anziché scappare s’allungò tra i sassi sotto di me, timidamente. Era vicinissima, a portata di mano. Vedevo chiaramente la ‘x’ nera sulla testa e la lunga, perfetta zigzag del corpo (era un bel marasso). Le scattai svelto una foto. Bene.

Per incoraggiarla mi venne l’idea di parlarle, piano sottovoce: Sta’ buona… fa la brava… ecco là, così, sì…”.
Incredibile, sembrava capisse. Un po’ alla volta, docilmente, si sistemò a trenta – quaranta centimetri dal mio viso e s’arrotolò. Le feci alcune foto da miss!
Continuavo a parlarle con dolcezza, anche se mormoravo qualche frase dura, minacciosa come: – Sta’ attenta sai… non far scherzi… che non ti salti in mente di attaccarmi!
Mi capiva? Di certo sentiva che non ero una minaccia o un pericolo per lei. Mi muovevo infatti lo stretto necessario e sempre lentamente.

Alla fine me ne andai guardandola perfino con simpatia, riconoscente per le belle immagini a distanza ravvicinata che m’aveva concesso.
Forse non ci crederete ma per alcuni anni di seguito ripassai da quelle parti per accertarmi che ci fosse ancora, viva e vegeta.

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