
Audioguida
A spasso nella natura: i diorami del Museo Naturalistico di Asiago (VI)
A spasso nella Natura – La bestiola senza nome (Patrizio Rigoni)
La bestiola senza nome, da Incontri sull’Altopiano di Patrizio Rigoni, Cierre Edizioni
Sembrerà impossibile, ma proprio io, fui sul punto di dare per primo il nome a un animale innominato, che non aveva cioè ancora un nome suo, un nome che lo distinguesse dagli altri animali.
In una mattina estiva del 1970 ero nei boschi del Dosso di Asiago, in compagnia di mio suocero. Piovigginava e un po’ di afa stagnava tra gli alberi.
Lui raccoglieva funghi e io ne cercavo di nuovi per fotografarli. Nuovi in che senso? Sconosciuti, che non avevo mai visto fino ad allora.
Si stava bene lassù, liberi e sereni, nel silenzio quasi perfetto, interrotto solo dalle voci delle cince e dei regoli.
Momenti da ringraziare il Padreterno direttamente, perché i boschi, le rigogliose foreste son le più belle chiese che ci siano!
Mio suocero, non lontano da me, girava attento tra gli abeti, spesso si chinava e raccoglieva. Quel giorno poi, contento d’essere lassù con me, era in vena di scherzi tanto che più d’una volta mi chiamava per dirmi: “Ciò, Patri, vàrda sti funghi. Che i sia bòni? Che me ris-cia de torli su? Cosa disito?”
Erano tutti porcini, naturalmente, panciuti, sodi, bellissimi. E ridevamo insieme.
Seguitava a piovigginare e cominciai a scorgere sempre più spesso le più lunghe limacce dei nostri boschi, il lumacone grigio e il lumacone nero, e qualche grosso corpulento rospo, perfettamente in tinta col terreno.
Vi trovai anche la rana temporaria, la caratteristica rana rossa della zona alta dell’Altopiano. E poi, quali altri animaletti si fan vivi con l’umido o il bagnato se non lombrichi, i famosi produttori di terra buona? Ne vedevo infatti qua e là, anche di grossi come un dito.
“Ciò, Patri, che rassa de bestia zèla ‘sta qua? Vien vedare.”
Pensai ad un altro dei suoi scherzi: cosa aveva mai trovato?
“Dove zèla ‘sta bestia?”
“Varda là, in meso al’erba”.
Era una lucertolina scura, maculata, anzi ‘sporcata’ di giallo-zolfo, grande il doppio di una lecastrassa, di un tritone di pozza.
Si muoveva adagio, guardinga. Non l’avevo mai vista, anche se assomigliava molto alla ben nota salamandra pezzata, nera e a macchie giallo-oro (che vive dal piano alla montagna fino ai novecento-mille metri).
Pensavo a una sua varietà, meglio adattata all’ambiente alpino. La fotografai e, siccome ce n’erano parecchie nella zona, ne catturai un paio per il futuro museo di Asiago.
A casa, sui libri, la cercai con cura, per averne notizia e anzitutto per sapere il suo nome. Niente. Nessun libro parlava di questa salamandrina. E allora perché non cercare nella biblioteca di zoologia dell’Università di Padova?
Ma anche qui nessun libro o librone parlava di lei. Che fare? Per il momento lasciai perdere, in attesa di interpellare qualche studioso di grande esperienza in merito.
Mai però mi passò per la testa l’idea d’aver fatto una scoperta, d’aver cioè trovato una specie animale nuova, senza nome. Così trascorse del tempo, troppo tempo.
Una decina d’anni più tardi uno studioso, Pierluigi Trevisan, dell’Università di Modena la trovò a sua volta, si rese conto della sua novità e le diede un nome, quello di sua moglie (che per fortuna aveva un bel nome): Salamandra atra aurorae, che significa la salamandra nera di Aurora.
E io come l’avrei chiamata? Salamandra atra axilia censis, cioè la salamandra nera di Asiago.