Prodotto nell’ambito progetto “L’uomo, la storia e l’ambiente per lo sviluppo turistico” è inserito nell’ambito di intervento 7.5.1 del Programma di Sviluppo Locale 2014-2020 – F.A.R.E. Montagna, dal titolo “Infrastrutture e informazione per lo sviluppo del turismo sostenibile nelle aree rurali”.
Con la partecipazione di Regione del Veneto, Unione Montana Pasubio-Alto Vicentino, GAL Montagna Vicentina, i Comuni di Monte di Malo, Torrebelvicino, Santorso e Valli del Pasubio.
Progetto e realizzazione a cura di Biosphaera s.c.s.
Testi di Michele Ferretto.
Voce narrante di Elisabetta Cocco.
Parte dell’itinerario itinerario e alcuni brani del racconto sono tratti dal progetto delle classi quinte della scuola primaria Zanella di Santorso, e coordinato dalle insegnanti Maria Regina Buzzolan, Chiara Bertacco, Chiara Frizzo, Paolo Rizzato, Laura Zanin.
Tappe
Acqua, carta e mulini
L’acqua abbondante del Monte Summano ha regalato a Santorso un’altra storia incredibile, che ci porta al 1474.
In questi anni l’Alto Vicentino poteva contare già su una tradizione sviluppata e conosciuta nella produzione di carta grazie ai corsi d’acqua che scendevano abbondanti dalle Prealpi e che alimentavano le fabbriche dei paesi di Chiuppano, Piovene e Torrebelvicino
É questo, dunque, l’anno in cui il ricco commerciante Enrico da Ca’ Zeno, insieme al figlio Giovanni Maria, fonda la prima stamperia a caratteri mobili del Vicentino, proprio qui, a Santorso, nella Villa Facci - Ca’ Zeno.
Nella stamperia, che fu in attività fino al 1480, lavorarono anche altri due importanti nomi, come Giovanni del Reno e Leonardo Achates da Basilea, probabilmente invitati dall'umanista Ognibene Bonisoli da Lonigo, e che avevano appreso l'arte direttamente da niente di meno che Gutenberg in persona.
Insomma, un nucleo di importanti personaggi di origine tedesca, che qui a Santorso poterono trovare anche numerosi appoggi e collegamenti con le famiglie della stessa origine che vi abitavano già da diverse generazioni.
Il primo libro stampato in territorio vicentino, dunque, sembra essere stato Vite dei Santi Padri dello stesso Achates, nel 1474.
Da Santorso, nello stesso anno, uscì anche il Canzoniere di Petrarca.
Oggi, una lapide commemorativa posta sulla parete nord ricorda l'inizio dell'attività di stampa.
Santorso, paese dell’acqua
Santorso ha una grande ricchezza.
Te ne accorgi quando cammini, specie la sera quando gli altri rumori tacciono: è l'acqua.
Ce n'è tanta, corre impetuosa nella roggia, gorgoglia dai tombini, esce notte e giorno dalle fontane. Ora è poco più di un sussurro, solo un sottofondo musicale, ora romba minacciosa, specie quando è piovuto molto, ma è comunque sempre presente.
Ma da dove viene tutta la nostra acqua?
Siamo alle pendici del misterioso monte Summano, il monte con due cuspidi, luogo di antichi pellegrinaggi, ultimo avamposto delle Prealpi verso la pianura vicentina; e proprio il monte di Santorso offre in dono ai suoi abitanti numerose sorgenti: Cesura, Bassi, Fontanelle, Grimòla, Pria Alta, Rebutàn, Santo, Senge, Villa Rossi, Bonifacia, Serpoia. Sorgenti che ora alimentano l'acquedotto comunale e che un tempo rifornivano, grazie alla loro abbondanza, anche altri comuni della zona.
Ma l'acqua che qui scorre abbondante è arrivata nelle case solo dopo la seconda guerra mondiale, prima, per ogni necessità, la gente del paese utilizzava le fontane, che avevano un'importanza vitale per la sopravvivenza e per l'economia, o i lavatoi, che lungo la roggia offrivano il modo di lavare panni e stoviglie.
Una mappa del 1642 ne indica tutte le ubicazioni, le sorgenti da cui sono alimentate e la loro distanza dalla roggia che attraversa il paese.
Ne troverai molte lungo il percorso, a volte grandi ed evidenti nella loro antica bellezza ed eleganza, a volte nascoste dietro a tracce appena percettibili della loro lunga esistenza, concediti una sosta, ne vale la pena.
Il Parco Rossi
Per questo tratto del percorso puoi utilizzare l’audioguida disponibile per il Parco Rossi:
La fontana di Villa Rossi
La fontana è all'esterno dell'antica villa, in origine di proprietà dei Bonifacio – Velo, che Alessandro Rossi acquistò nel 1865 dalla famiglia Prosdocimi.
Quando Rossi acquistò la villa, la fontana esisteva già e veniva alimentata, come anche oggi, dalla Fonte Bonifacia, che prendeva il nome dagli antichi proprietari. Nella sorgente Bonifacia c'è una presa bassa che, già nell'800, portava l'acqua al comune di Thiene.
Quando Rossi divenne proprietario della villa, il Comune di Thiene temette di perdere questo diritto e al riguardo esiste proprio un carteggio tra il Senatore e il Comune, la disputa, tuttavia, si risolse positivamente e la presa bassa esiste ancora.
Ce n'è poi una più alta che porta l'acqua alla lavanderia della Villa, alle scuderie e appunto alla fontana, alimentando poi anche i giochi d'acqua e il laghetto del parco sottostante.
Addirittura, attraverso varie condotte, l’acqua alimenta le fontane private nei fondi vicini alla villa, un vero e proprio lascito di Alessandro Rossi, affinché i vari contadini dei dintorni potessero abbeverare le bestie e irrigare gli orti.
Villa Rossi
Per Villa Rossi ti proponiamo l’ascolto dell’audioguida prodotta da Comune di Schio e Comune di Santorso.
Il paese nelle parole dell’abate Maccà
L'origine del nome del paese, SANTORSO, sembra avere due possibili strade.
La prima ipotesi, più diretta, riguarda la straordinaria vita del nobile francese Orso, poi diventato appunto Sant’Orso e del suo viaggio di penitenza durato ben 12 anni prima di approdare alle pendici del monte Summano.
La seconda ipotesi invece, secondo qualche storico, fa risalire il nome del Santo ad una famiglia longobarda, i Beroaldi, che per primi sarebbero entrati in possesso di investiture nel territorio del Comune.
Il termine tedesco ber, radice del nome Beroaldi, significa appunto orso e potrebbe quindi aver dato origine al nome del santo e contribuito alla nascita della leggenda del nobile pellegrino.
Qualche che sia la vera storia, così descrive il paese l’abate Gaetano Maccà, celebre storico del territorio vicentino, che nella sua monumentale opera non ha mancato di raccontare Santorso e il suo territorio:
“S. Orso, che anticamente chiamavasi Salcena, è villa competentemente borgata.
Giace ai piedi di Monte Summano verso mezzogiorno sopra picciola altura, la quale in lontananza porge una bella e piacevole veduta. La metà di questa villa è montuosa con colline, e l'altra metà è piana.
Ha Vicenza a quarta di Ostro verso Scilocco in distanza di miglia quindici, e Tiene a Ostro Scilocco, da cui è lontana cinque miglia. All'intorno confina colle ville di Piovene, Zanè, Schio Vicariato, S. Ulderico e S. Rocco del Tretto, e Velo."
Il suo terreno è assai fertile, perciò scrive il Barbarano parlando di questa villa:
“Questo luogo è fertilissimo, e deliciossimo producendo qualunque cosa necessaria per il vito humano specialmente vini preziosissimi.
Sopra Monte Summano, che in gran parte è di questa villa, verso il Tretto v'è un bosco di circa cinquanta campi di roveri, e castagni. In esso monte pure vi sono molti pascoli, e si faranno ivi circa quattrocento carri di fieno ogni anno.
Ai confini di questa villa verso Schio scorre il torrente Timonchio. Da questo torrente sul distretto del Tretto esce un rivo, che passa per questa villa girando quattordici ruote di molini, un maglio da battiferro, ed un follo da panni, indi portasi a Thiene.
Vi sono poi quivi parecchie fontane di limpide acque, che sgorgano dalle falde di Monte Summano, e tutte di acqua perfettissima.
Tra esse ve n'è una chiamata Rionza, che trovasi sul monte stesso avanti di arrivare alla chiesa dedicata a S. Orso, l'acqua della quale ha grande stima, e se ne fa gran uso specialmente per gl'infermi.”
Lo storico Maccà, che così raccontava Santorso agli inizi del 1800, dava seguito alla sua storia riportando le numerose virtù delle acque del paese, con le quali si sarebbero potuti curare i febbricitanti.
La chiesa di San Carlo
La chiesetta di San Carlo ho origini seicentesche.
È ancora leggibile, anche se deteriorato dal tempo, lo stemma gentilizio delle facciata, forse della famiglia Vitella.
Con qualche difficoltà si riconoscono un giglio, nella parte superiore, e un animale sollevato sulle zampe, nella parte inferiore.
La chiesa fu costruita dal sacerdote Don Bartolamio Vitella e fratelli, nel 1614.
Anche la campana, ancora originale sul suo caratteristico campaniletto, risale al 1619 e ritrae l’immagine del Crocifisso e della Vergine col bambino, oltre ad un vescovo con la mitra sul capo, probabilmente proprio l’immagine di San Carlo, canonizzato solamente quattro anni prima, nel 1610, da Papa Paolo V.
Diversi erano d’altra parte i riferimenti al santo, presenti nei luoghi di culto del paese, sia nella chiesa parrocchiale, che nel santuario di Sant’Orso.
Nel 1630, la famosa peste, che anche a Santorso mieteva le sue vittime, colpì Don Bartolamio Vitella, che venne sepolto proprio nella chiesa che aveva realizzato con le sue mani. A ricordarlo, rimane una lapide sepolcrale nel pavimento della chiesa.
La Grande Guerra
Questi i ricordi di un cittadino di Santorso, tratti dal libro Santorso nella Grande Guerra, di Giorgio Bille:
"Nel maggio del 1916, tutti i terrazzamenti che da S.Carlo si estendevano fino ai confini con Piovene Rocchette, erano occupati dalle tende dei soldati italiani.
Gli alloggiamenti degli ufficiali erano invece dislocati presso le abitazioni civili: la cantine, le stalle, i fienili erano stati requisiti per far spazio ai magazzini militari.
Un mattino all'improvviso arrivò l'ordine di marcia verso la prima linea.
In brevissimo tempo migliaia di soldati incolonnati in un lunghissimo serpente si avviarono verso il centro del paese e appena oltrepassata la piazza girarono a destra, passando per la Grimòla e le Sabbionare raggiunsero il Tretto e attraverso i sentieri arrivarono sul monte Novegno, ultimo baluardo a difesa della travolgente avanzata Austriaca.
Partirono cosi frettolosamente che i magazzini rimasero incustoditi e pieni di ogni cosa.
L'ordine era di difesa ad oltranza, sino alla morte e quindi erano coscienti che quel materiale non sarebbe più servito.
Per molti anni gli armadi, dei residenti di Lesina e S. Carlo, custodirono scarponi, camicie e pantaloni di quei poveri cristi andati a morire tra passo Campedello e il monte Giove. Nella nostra abitazione avevano depositato trombe, tromboni, clarinetti, piatti e tamburelli della banda militare, ma in poco tempo anche quel materiale svani nel nulla."
Archeologia, storia antica e museo
Il paese vanta una storia antica di tutto rispetto, evidenziata dai numerosi reperti conservati presso il locale Museo Archeologico, vero fiore all’occhiello dell’offerta culturale di Santoso e dell’Alto Vicentino.
Se diversi materiali in selce, ceramica e bronzo testimoniano la presenza nel territorio già a partire dal neolitico (IV millennio a.c.) è soprattutto la celebre casa-laboratorio della seconda età del ferro a raccontare un passato del tutto peculiare.
Si tratta di una vera e propria casa che apparteneva ad un piccolo villaggio, abitata e utilizzata in momenti e con scopi differenti nel corso del tempo (parliamo di un intervallo che va dal V al II secolo a.C.) all’interno della quale sono state riportare alla luce sepolture, materiali e oggetti del lavoro artigianale (come la metallurgia e la filatura) oggetti di uso comune (vasellame, resti di focolare, manufatti metallici, onamenti).
Nel suo complesso, la casa-laboratorio di Santorso racconta una storia affascinante quanto antica, fatta di lavoro, risorse naturali del territorio, ambito familiare e da sola vale la visita al Museo Archeologico dell'Alto Vicentino.
A quest’epoca, e più in generale al periodo pre-romano, appartiene anche la suggestiva ipotesi della presenza di un vero e proprio percorso collinare e pedecollinare definito in tempi recenti “Pista dei Veneti”, che avrebbe attraversato tutto la regione, dall’Adige al Piave e oltre.
Anche se di ipotesi si tratta, lo ripetiamo, non è difficile immaginare questo percorso ideale, forse composto da numerose vie e sentieri, necessario per spostarsi in un paesaggio completamente diverso da quello attuale e dove l'ambiente collinare poteva offrire il miglior compromesso ambientale.
In questo contesto, l’attuale Santorso sarebbe stata una vera e propria via di transito verso il veneto orientale e di lì verso nord, attraverso le valli dell’Astico, e più oltre quella del Piave.
Ma senza lasciarci trasportare troppo dall’immaginazione torniamo a noi.
Se siete nel posto giusto, dovreste vedere l’imponente chiesa cittadina, con la grande scalinata, il monumento ai caduti e la traccia di una delle antiche fontane che andate cercando lungo il paese.
La chiesa ottocentesca, costruita tra il 1834 e il 1839 è dedicata a Santa Maria Immacolata e fu costruita a sostituzione della vecchia arcipretale che fornì anche parte dei materiali di costruzione.
Sulla sinistra della grande gradinata che porta all’ingresso della chiesa, rimangono ancora visibili le tracce della grande fontana del paese che fino agli anni sessanta era meta e fulcro di molta vita cittadina. Così la ricordano alcuni abitanti di Santorso, nelle interviste dei ragazzi della scuola primaria.







