Prodotto nell’ambito progetto “L’uomo, la storia e l’ambiente per lo sviluppo turistico” è inserito nell’ambito di intervento 7.5.1 del Programma di Sviluppo Locale 2014-2020 – F.A.R.E. Montagna, dal titolo “Infrastrutture e informazione per lo sviluppo del turismo sostenibile nelle aree rurali”.
Con la partecipazione di Regione del Veneto, Unione Montana Pasubio-Alto Vicentino, GAL Montagna Vicentina, i Comuni di Monte di Malo, Torrebelvicino, Santorso e Valli del Pasubio.
Tappe
Il roccolo (prima parte)
Il roccolo è molto più di una vecchia struttura da caccia abbandonata. Scopriamo insieme le sue origini, i suoi sviluppi e comprendiamo meglio la sua essenza.
Dove la passione, la perfetta conoscenza degli uccelli e l’abilità dell’esperienza si incontrano, ecco nascere il roccolo, uno dei più virtuosi manifesti dell’attività venatoria, che, da pratica di sussistenza per la povera gente, divenne arte e svago anche per i signorotti più facoltosi.
I più anziani forse ancora se li ricordano, magari qualcuno ha visto questi edifici abbandonati passandoci di fianco senza farci troppa attenzione, altri hanno letto questo nome in qualche località senza sapere a cosa si riferisse.
Proviamo a capirci qualcosa, come sempre facendo un tuffo nel passato.
Quante donne cacciatrici conoscete? Probabilmente nessuna, istintivamente la caccia viene considerata un’attività esclusivamente maschile, eppure vi sono stati tempi in cui, invece di portare la tua ragazza al cinema, per farla divertire l’avresti portata a caccia.
Se oggi infatti i più abbienti si dilettano con viaggi, settimane bianche e soggiorni in SPA, nel medioevo l’uccellagione, ovvero la cattura di uccelli tramite le reti, ebbe talmente successo tra i nobili da diventare una moda.
L’upper class del medioevo iniziò a spendere il suo tempo libero primaverile in pranzi e sessioni di caccia, in cui conti e duchi portavano le loro dame, per dilettarle in questa attività agreste. Per non farsi mancare nessun confort, le stazioni di caccia diventarono più ampie e soprattutto fisse, strutture in muratura vere e proprie, in cui passare diversi giorni assieme agli ospiti: erano nati i primi roccoli.
Le prime testimonianze dell’utilizzo del roccolo attestano la sua nascita ed espansione a partire dalla prima metà del quattrocento, ma l’origine del suo nome resta ancora incerta.
Quello che si sa è che nel Nord Italia, persa la sua funzione dilettevole medievale, il roccolo si attestò sempre più come lo strumento tecnico privilegiato di uccellagione in montagna, ad appannaggio esclusivo di professionisti, conosciuti nel mondo rurale come “gli oselanti”.
La profonda conoscenza della caccia in Valleogra produsse oselanti molto bravi, la cui fama fu tale che alcuni venivano ricercati e contesi fin dalla bassa emiliana.
Il roccolo (seconda parte)
La struttura del roccolo è tanto semplice quanto ingegnosa: un edificio verticale di tre piani in muratura veniva posto nel punto più elevato di un’altura.
Al piano terra era il magazzino per gli attrezzi, al piano centrale le poche stanze per l’abitazione e superiormente la stanza dell’uccellatore, con le finestrelle dette spiaróle per osservare i movimenti degli stormi in arrivo.
Attorno veniva allestito un piccolo bosco: una selezione di piante, ben curate e potate, con pasture appetibili per gli uccelli di passo, alberi tenuti spogli come posatoi e uccelli da richiamo, detti Sambèi.
Avete presente quel languorino che vi porta a fermare la macchina passando davanti ad un autogrill in autostrada, dopo che siete in viaggio in auto da 4 ore senza mangiare? Ecco, un uccello in migrazione deve aver provato la stessa sensazione, sorvolando il boschetto di un roccolo, attrazione fatale.
Il roccolo era infine racchiuso da due file semicircolari di siepe, nel cui spazio interno era posizionata una rete ben tesa, la trappola dell’uccellatore.
L’oselànte non doveva far altro che aspettare pazientemente l’arrivo di qualche stormo, quindi, al momento giusto, lanciare un lungo fischio e scagliare la sua arma, lo spauracchio, o “sesto del rocolo”, detto anche ludro.
Questo era un attrezzo che serviva per simulare l'attacco di un falco ed era composto da un manico con l'aggiunta di alette di rametti intrecciati. Gli uccelli, in preda al panico, scappavano nella boscaglia volando bassi per cercare di sfuggire al falso rapace, evitando di dileguarsi nel cielo, dove sarebbero stati esposti ad un maggior rischio. Così facendo, venivano intercettati dalle solide reti montate sulle siepi, nelle quali gli uccelli restavano impigliati in attesa che fosse sopraggiunto l’uccellatore.
Chi pensa al roccolo solamente come ad una macchina di cattura senz’anima, si sbaglia di grosso. Il roccolo è in sostanza una vera e propria opera architettonica che richiede particolari attenzioni e una cura davvero precisa, specialmente per quanto riguarda l’impianto vegetale, che necessita di potature frequenti e tecniche di intervento proprie dei giardinieri. La tecnica venatoria veniva esercitata nei mesi autunnali, da metà settembre ai primi di novembre, ma sin dalla primavera cominciava la cura del fondo. Il risultato era un impianto di elevata qualità estetica e decorativa che, se curato, omaggia tutt’oggi i paesaggi montani e collinari.
Con la cessazione della caccia tramite reti, anche i roccoli caddero in disuso e si persero così tutti i mestieri ad essi collegati.
Rimasero soltanto dei luoghi ad uso di quelle coppie di giovani innamorati che in questi edifici andavano appunto a “roccolare”, come si suole dire in dialetto, condividendo momenti di intimità lontano dalla vigilanza delle famiglie, appartati in mezzo alla natura e sicuri che nessuno li avrebbe disturbati.
La storia del paese
Il Paese di Monte di Malo racconta una storia lunga molti secoli.
Nato dalla necessità di pochi, ora accoglie i suoi abitanti in un paesaggio collinare dolce e fresco, che regala affascinanti testimonianze storiche e naturalistiche a chi lo sa osservare.
Fino all’anno 1000 d.C. Monte di Malo era solo il monte di Malo, un tipico microscopico borgo collinare, la cui popolazione, poco numerosa, viveva del duro lavoro agricolo, spendendo abbondante fatica e sudore copioso, per ottenere magri raccolti da campi piuttosto infecondi.
Doveva sembrare davvero una “selva selvaggia”, degna del miglior Dante, che viandanti, mercanti e soldati cercavano possibilmente di evitare, basti pensare semplicemente al nome: Malo. A pronunciarlo non ci richiama un significato felice, esso infatti porta dentro di sé la radice “mel-mal”, origine di molti termini poco entusiasmanti e ciò può farci intuire la reputazione che questi luoghi avevano.
Per quale motivo quindi qualcuno venne a stabilirsi qui?
Sembra ormai certo che sul nostro territorio si insediarono popolazioni le cui tracce risalgono fino all’età neolitica. Nell’età del Ferro, Veneti, Rèti e Cèlti sono presenti in questi luoghi, anche se i primi abitanti stabili si riscontrano durante l’impero romano, circa 2000 anni fa.
I primi villaggi dovevano essere probabilmente formati da furfanti o perseguitati, che da diverse parti dell’impero erano fuggiti, cercando di frapporre tra loro e i loro aguzzini il terreno più impervio possibile. Ecco quindi che un territorio come Malo poteva fare al caso loro!
Come un bambino porta con sé per sempre i segni dei primi anni di infanzia, un paese nato dalla necessità e dal bisogno concreto non può sfuggire da questa connotazione.
Nonostante il tempo trascorso, infatti, il territorio di Monte di Malo comunica ancora quella schiettezza e concretezza di chi mantiene i piedi ben saldati a terra e guarda alle cose in modo semplice e pragmatico. Camminando per queste colline si può quindi respirare un territorio senza fronzoli o sofisticherie, ma reale, concreto e risoluto, che nonostante le iniziali diffidenze si è preso sempre cura di chi lo ha abitato.
Ci piace pensare che una piccola percentuale del sangue dei fondatori ancora scorra nelle famiglie che abitano queste colline, forse il tempo ha dilavato qualsiasi legame genetico con quel popolo di fuggitivi, ma di sicuro rimangono alcuni aspetti delle loro tradizioni e religioni: figure strane e straordinarie, come le Anguane o il Salbanello, che ancora oggi popolano i racconti degli anziani, sono arrivate infatti fino a noi grazie a questa fortunata confluenza di culture.
I castagni si raccontano
Tre Castagni (Maronari) secolari accompagnano il visitatore con il loro racconto, ricco di storia, natura e tradizioni.
Benvenuto, errante visitatore, nella nostra umile dimora. Siamo dei castagni o maronari, come alle persone del luogo piace chiamarci. Da innumerevoli anni la nostra specie occupa queste terre e quelle di tutta Europa, vegliando sulle vicende del mondo degli uomini, frenetico e caotico.
Noi tre siamo stati piantati nel 1700 circa, da giovani abbiamo vissuto l’epoca delle grandi esplorazioni geografiche, del colonialismo e dello schiavismo, abbiamo potuto godere di letteratura rivoluzionaria, di componimenti musicali che resteranno alla storia, di scoperte tecniche e scientifiche in rapida ascesa. Siamo sopravvissuti a rivoluzioni industriali, guerre mondiali, inverni gelati e malattie terribili che stavano compromettendo la nostra sopravvivenza.
Oggi stiamo qui, silenti e in disparte, ad osservare il turbinio sempre più caotico dei cambiamenti che l’uomo sta apportando al nostro pianeta. Di tanto in tanto, la strada di qualche escursionista lo porta tra di noi, lasciandolo stupito e affascinato dalla nostra dimenticata maestosità. Ma c’è stato un tempo, non troppo remoto, in cui noi e voi vivevamo in armonia e costante relazione. La storia che vogliamo raccontarti tuttavia inizia ben prima.
Il ghiaccio era arrivato da Nord, implacabile nel suo incedere risoluto verso la pianura, divorando sotto la sua coltre bianca tutta la vita animale e vegetale che popolava le valli temperate. Parliamo del periodo dai 20mila ai 13mila anni fa, l’ultima grande glaciazione, che ha visto decimati molti dei nostri fratelli.
Solo chi di noi ha avuto la fortuna di abitare in zone particolarmente miti è riuscito con fatica a sopravvivere a questo periodo, superstiti tanto fortunati quanto risoluti a far tornare la nostra specie rigogliosa, una volta finita la fredda sciagura.
Se vorrai restare con noi, ti racconteremo come abbiamo conosciuto l’uomo e come ne siamo diventati subito amici e fedeli compagni. Nel frattempo, tu incamminati senza fretta e fatti sorprendere dalle meraviglie di questo bosco.
La nostra storia con l’uomo diventa importante con i Romani, popolo industrioso e organizzato, tanto che uno scrittore di nome Plinio, parlò di noi e delle nostre coltivazioni nei Colli Euganei. Gli alberi del pane, ci chiamavate, e dei nostri semi dolci e pieni di energia vi siete nutriti per più di 2000 anni, durante i freddi mesi di ottobre e novembre.
Ricordiamo bene e con molta ilarità le costanti sfide tra i nostri proprietari e gli spigolatori abusivi, che durante il periodo di raccolta cercavano con i trucchi più ingegnosi di portarsi a casa un po’ di castagne, da vendere o da mangiare. Alcuni di loro indossavano braghe alla zuava strette sopra al ginocchio e nelle tasche bucate facevano scivolare dentro il bottino. Altri nascondevano un sacco nelle vicinanze, dove portavano di volta in volta le piccole quantità raccolte, che corse quando il padrone se ne accorgeva, il coltello pronto a lacerare il sacco del ladro e la refurtiva che si spargeva tutta, rotolando sul pendio della montagna.
La stessa vita delle persone, fin dalla più tenera età, si svolgeva a contatto con noi castagni, gli scolari, ad esempio, studiavano su banchi di scuola in legno di castagno ed era nella madia di castagno, una piccola cassapanca quadrata, che le donne impastavano la farina e tenevano il pane a lievitare, prima di metterlo nel forno, spesso alimentato con la nostra legna, per farlo venire più profumato.
Il nostro periodo preferito era Halloween, prima che arrivasse la festa come oggi voi la conoscete, il 31 Ottobre era sempre pervaso da un dolce profumo di castagne che usciva dalle cucine delle contrade. Si preparava "Il piatto dei morti" con castagne, dolci, marroni, fave e lo si lasciava sul tavolo o sui davanzali, come dono per le anime. I ragazzi invece si muovevano per le vie del paese con le suche-baruche, zucche intagliate e illuminate da dentro con un lumino, per spaventare i passanti.
Eh già, erano bei tempi, ma siamo fiduciosi.
Il nostro carattere risoluto non ci abbandona e ancora per molti anni resteremo qui, a raccontare la nostra storia e a donare i nostri preziosi semi a chi passeggia sotto le nostre fronde. Viandante, non ti dimenticare di noi, racconta a tutti di questi boschi e se lo vorrai, porta con te una delle nostre castagne. Ogni volta che la ritroverai, potrai rivivere il ricordo del nostro racconto e le emozioni di questo magico bosco.
Arrivederci, e buon cammino!
Il bosco
Il bosco non è solo un insieme di alberi, non si può ridurre ad un insieme di rapporti tra piante, animali e suolo.
Il bosco porta dentro di sè infatti un'entità spirituale, che da secoli ha attirato l'uomo.
Proviamo a riscoprirla assieme.
Un bosco non è solo un insieme di alberi. Non è solo la somma degli alberi, degli arbusti e delle erbe. Non è nemmeno la somma della componente animale e di quella vegetale, della roccia e del suolo in cui cresce. Un bosco è un organismo complesso. È il risultato di azioni e relazioni, di alleanze e competizioni, di simbiosi e parassitismo, è un alternarsi di vita e morte, di crescite e crolli.
Un bosco però è anche un luogo dello spirito, una dimensione dentro la quale aleggiano paure e speranze, fughe e abbracci, sogni e visioni ancestrali.
Sin dalle culture più antiche, il bosco è stato luogo di incontri magici e di riti religiosi.
Agli alberi sono stati attribuiti diversi caratteri divini, entrando a far parte di moltissime culture religiose, i cristiani fanno iniziare i peccati dell’uomo da un albero, un melo, mentre nella cultura Nordica tutto il mondo è sorretto da un enorme frassino, Yggdra-sill, le cui radici sono lentamente divorate da un drago che un giorno completerà la sua opera e lì, sarà la fine del mondo.
Nella cultura Cimbra, dalla quale derivano molte delle nostre leggende, vicino ad ogni malga o villaggio veniva sempre piantato un tiglio, sotto il quale si celebravano matrimoni e processi giuridici. Insomma, l’uomo ha da sempre provato dentro al bosco un senso di religiosità cosmica.
Il bosco ci mette nelle condizioni di espandere la nostra parte interiore, ci invita a confidarci con lui o con chi cammina con noi, quante volte, passeggiando per un bosco, avete confessato dei pensieri personali che non avreste mai condiviso in diverse circostanze?
Forse è perché nel bosco ci sentiamo come se il nostro segreto fosse più protetto, o forse perché negli alberi riconosciamo parte dell’essenza umana e ci sentiamo compresi.
Gli alberi in fondo sono un po’ uomini e noi siamo un po’ alberi.
Inconsciamente è come se ogni pianta ci comunicasse il suo carattere, la sua voce, la sua personalità. E così, può essere che, camminando per questi sentieri e vivendo il bosco si possa provare affinità, quasi senza rendersene conto, nell’elegante betulla, nel malevolo sambuco, nel nocciolo fannullone o nell’acacia altera e spinosa.
Se non l’avete mai fatto, vi invitiamo a cogliere l’opportunità di questa passeggiata per fermarvi e lasciare che la vostra interiorità entri in comunicazione con il bosco, se riuscirete a farlo con sincerità e semplicità, il bosco di certo vi risponderà.
Geologia
Spesso il territorio che ci circonda nasconde segreti e curiosità che si possono cogliere con un pizzico di conoscenze in più.
In questa tappa proveremo a raccontarvi il segreto che sta "sotto" a questi profondi avvallamenti. Buon viaggio nel tempo!
Perché fermarsi a parlare di geologia davanti ad un prato?
Siamo tutti convinti che il territorio costituisca uno degli elementi di primaria importanza per lo sviluppo demografico, economico e turistico di una zona, ma pochi pensano che lo stesso territorio possa diventare anche strumento per fare cultura.
Ecco lo scopo di questa tappa: con qualche piccola informazione e suggerimento, vi forniremo gli strumenti per leggere il territorio in maniera più completa, per comprenderlo ed apprezzarlo anche nei suoi aspetti più nascosti. Facciamo un salto indietro di circa 30 Milioni di anni.
Ci troviamo in una grande e calda laguna, coralli e briozoi, di molti colori e dimensioni popolano il fondale illuminato dalla calda luce del sole, granchi di 20 cm si muovono tra le alghe e una grande quantità di pesci nuota loro attorno. La vita sottomarina prolifera in queste placide acque ricche di cibo, divise dal profondo mare da una serie di promontori a sud.
Tutta la terra, ma la zona del Mediterraneo in particolare, sta attraversando un periodo molto florido conosciuto globalmente come Priaboniano. Una successiva fase di innalzamento delle acque porta il mare ad avanzare sempre più verso ovest, nell’attuale valle dell’Agno, permettendo agli organismi marini di colonizzare anche quegli spazi.
La barriera corallina che si viene a formare è meravigliosa, quello che si vede oggi nei documentari ci dà solo una vaga idea di quello che poteva essere lo splendore dell’ecosistema marino delle prealpi vicentine. In un fermento di vita, tutti gli esseri viventi con guscio e scheletro fatto di carbonato di calcio, ovvero calcare, crescono uno sull’altro a formare la barriera, si spostano, si riproducono e quindi muoiono.
Giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, per milioni di anni, coralli, briozoi e organismi planctonici microscopici consumano le loro vite andando a depositare i loro scheletri sul fondo, questo grande accumulo risulta oggi essere lo zoccolo su cui poggiano i nostri piedi e che costituisce la struttura rocciosa delle zone di Faedo-Casaron e di Montepulgo-Montepian. 300 metri di roccia calcarea costruita dalla deposizione di milioni di scheletri e gusci di animali marini vissuti dai 30 ai 20 milioni di anni fa. Stiamo praticamente camminando su una antica barriera corallina!
Vi starete chiedendo: e quindi questi grandi avvallamenti? Ora ci arriviamo
Essendo la roccia fatta di calcare (lo stesso che incrosta in nostri rubinetti e tubature per capirci), questa risulta essere solubile in acqua e molto sensibile agli acidi, il calcare infatti, a contatto con un acido, anche debole, si scioglie producendo anidride carbonica.
Per questo l’aceto è consigliato come ottimo anticalcare naturale! In questo modo la pioggia, che porta con sè una leggera carica acida, trova nelle rocce sotto i nostri piedi un materiale aggredibile, attraverso il quale riesce a percolare, scavando essa stessa crepe, cunicoli, grotte.
Accade talvolta che il tetto della voragine sotterranea scavata dall’acqua crolli su se stesso, andando a riempire il vuoto sotto di lui e creando in superficie una zona depressa chiamata dolina.
Questo fenomeno di erosione della roccia da parte dell’acqua è detto carsismo e non interessa solo i paesaggi naturali ma anche tutte le costruzioni e opere d’arte in cui è utilizzata la pietra calcarea. Basti pensare che il duomo di Milano cala di 0.02 mm all’anno!
Al carsismo profondo dobbiamo infine la creazione di una delle più belle grotte del nostro paese, che possiamo vantare come gioiello di Monte di Malo, ovvero il Buso della Rana, che con i suoi 30 km di sviluppo è una delle più lunghe d’Italia.
Non c’è modo migliore, per cogliere l’essenza di questo territorio, che entrare nel cuore della montagna, immergendosi nei suoi cunicoli rocciosi. Per chi volesse lanciarsi in questa avventura, lo staff del Buso della Rana sarà pronto ad accogliervi!



