Prodotto nell’ambito progetto “L’uomo, la storia e l’ambiente per lo sviluppo turistico” è inserito nell’ambito di intervento 7.5.1 del Programma di Sviluppo Locale 2014-2020 – F.A.R.E. Montagna, dal titolo “Infrastrutture e informazione per lo sviluppo del turismo sostenibile nelle aree rurali”.
Con la partecipazione di Regione del Veneto, Unione Montana Pasubio-Alto Vicentino, GAL Montagna Vicentina, i Comuni di Monte di Malo, Torrebelvicino, Santorso e Valli del Pasubio.
Tappe
All’inizio c’era il baco
La storia della seta inizia molti secoli fa.
Una leggenda orientale racconta di una principessa e della sua serva che le fece scoprire questo meraviglioso tessuto che rese l'oriente ricco e prospero per molto tempo.
Siamo alla corte dell’imperatore Huang Ti, sulle sponde meridionali del fiume Giallo in Cina.
È un assolato pomeriggio di inizio estate e la temperatura è mitigata dalla presenza dell’acqua e dalla leggera brezza che scorre tra i gelsi del giardino della reggia.
All’ombra di uno di questi gelsi, circondata dalle sue concubine, stava una donna.
Si diceva fosse la donna più bella a sud del fiume, anche se in pochi nella loro vita avevano avuto l’onore di vederla con i propri occhi; alla sua misteriosa bellezza poeti e cantori già dedicavano le loro opere.
Regina Hsi-Ling-Shi era il suo nome, imperatrice e prima moglie di Huang Ti e quel pomeriggio lo stava passando a bere del the bollente, un rito pomeridiano al quale non poteva rinunciare, ignara che il destino le avrebbe fatto il regalo più prezioso di tutta la sua vita.
Mentre osservava i giardini della reggia farsi vanto di tutti i loro splendenti colori, dal Gelso che le stava offrendo riparo si staccò un bozzolo bianco.
Non che fosse cosa strana, quel bozzolo, infatti, non era altro che l’involucro della crisalide di una farfalla molto comune in Cina e chiunque, da bambino, si era divertito almeno una volta ad osservarle nel momento della schiusa.
Quel giorno tuttavia, il bozzolo finì proprio dentro alla tazza di the dell’imperatrice.
Infuriata per la bevanda rovinata e per le macchie sui suoi vestiti, la regina iniziò a dare ordini alle sue concubine di pulirla e di portarle altro the, finché una di queste non osservò il contenuto della tazza: dal bozzolo apparentemente ben tessuto si stava dipanando una matassa molto delicata, composta da un filo sottilissimo, di un bianco candido degno della bellezza della regina.
Questo piccolo incidente, fece intuire alla regina che l’acqua calda favoriva la trattura della bava serica del bozzolo, sciogliendo il collante naturale che faceva aderire i filamenti gli uni agli altri.
Questa storia, rivestita di un’aura leggendaria, diede quindi inizio alla grande tradizione orientale di tessitura della seta, un’arte che si tramanderà in tutto il mondo e che rese l’oriente una meta ambita da aristocratici e mercanti per molti secoli.
Cosa ha a che fare la Cina con il vicentino, vi starete chiedendo, ebbene, anche il nostro territorio è legato a doppio filo con questo materiale e se vorrete passeggiare in mia compagnia vi racconterò luoghi, persone e tradizioni di questa arte da tempo dimenticata.
Vita da filanda
La storia dell'arte serica, in Europa e in Italia, ha attraversato periodi più o meno fiorenti a causa di malattie, guerre e problemi economici, nonostante questo ha lasciato un segno indelebile nei nostri territori, dal punto di vista sociale, economico e culturale.
“La bela va in filanda” è una delle canzoni più diffuse tra le filandiere, conosciuta anche al di fuori delle filande.
Descrive, in modo semplice ma efficace, la condizione femminile di primo ‘900, al servizio dell’uomo sia all’interno degli opifici sia tra le mura domestiche.
Ma partiamo dal principio.
Per svariati secoli l’Europa dipende dalla Cina per il rifornimento di seta, richiestissima dall’elite aristocratica e dai ricchi mercanti.
È quindi con le crociate e l’assedio di Bisanzio che si portano in Europa le attrezzature e i segreti dell’arte serica e si inizia la tradizione europea della seta, propiziata da Venezia e dalla sua fitta rete di rotte commerciali.
Dopo un avvio stentato, è nel 1400 che diventa un settore stabile, a cui lo sviluppo tecnico dell’illuminismo settecentesco regala nuovi macchinari e tecniche, senza però fargli fare il salto di qualità sperato.
Una serie di battute d’arresto conducono infine il settore al declino: a metà ‘800 la pebrina, una malattia molto infettiva ed ereditaria, stermina gran parte dei bachi; nel ‘900 sono quindi le guerre a terminare il lavoro.
Nonostante diversi sforzi dello stato per far ripartire il settore tessile della seta, la poca industrializzazione e la concorrenza estera costringono questa attività a chiudere, restando oggi solo uno svago di singoli appassionati o uno strumento didattico.
Nel tranquillo e raccolto mondo del Faedo, l’arte serica rappresentò comunque, fino alla prima metà del ‘900, uno dei principali impieghi per le donne: c’era infatti la filanda di Priabona, alla quale si recavano a piedi, accompagnate da canti che creavano un’identità di gruppo diversa da quella contadina e necessaria palesare una solidarietà forte fra le operaie, soggette a una rigida disciplina per molte ore di lavoro al giorno.
Le ragazze del Feo
La vita nell'altopiano di Faedo non era per niente facile, soprattutto per le ragazze.
Con il racconto di Maria Cocco, ragazza del Feo, scopriremo i dettagli della vita contadina di primo novecento fatta di fatiche, sacrifici ma anche di famiglia e affetti sinceri.
“Forza, sveglia, dai che sono le 6.00 e arrivi tardi al lavoro!”
Lei è mia madre, Rita, non proprio quella che definireste una donna dalle maniere dolci e premurose.
Ogni mattina veniva a svegliare me e le mie sorelle, apriva i balconi, non importava fosse inverno o estate, e ci aspettava di sotto con la colazione pronta. 15 minuti restava in tavola, e se avessi fatto tardi, tuo danno, ti saresti dovuta accontentare solo del pranzo.
Oh, scusatemi, che sciocca, non mi sono presentata: sono Maria Cocco e quando ero giovane abitavo qui, a Faedo.
Ho scoperto solo in età adulta la storia della mia contrada e delle sue antiche origini, che traspaiono già dal nome: Faedo infatti si pensa abbia origine da fagetum, ossia bosco di faggio, come si è potuto leggere in un documento storico del 1300.
Si è poi scoperto che i primi abitanti di queste zone erano tedeschi, migrati qui circa un secolo prima, per ordine del Sacro Romano Impero, che all’epoca governava queste zone.
Ignara di tutto questo, da giovane, Faedo per me era semplicemente casa.
Ho abitato qui per tutta la mia giovinezza: non un gran posto dove vivere, ma a noi bastava, ci sentivamo protetti nella nostra comunità.
Di certo le difficoltà non mancavano, innanzitutto per dover andare a lavorare: al tempo, noi ragazze andavamo quasi tutte alla filanda di Priabona. Era circa un’ora di strada a piedi, ed ecco spiegato il motivo della fretta che ci metteva nostra madre la mattina: non si poteva fare tardi al lavoro, soprattutto quando Gianni era di controllo.
Avevamo timore di Gianni “l’assistente”, come di tutti i superiori, a dire il vero.
Non ci parlavano, si limitavano a camminare avanti e indietro per i corridoi con i pollici infilati dentro al gilet, e noi tutte zitte a lavorare a testa bassa.
Alla mattina, passavano a fare il resoconto del lavoro del giorno precedente: ohi, che brutta giornata avresti passato, se avessi fatto anche mezzo etto di meno del previsto!
D’inverno la discesa in paese era sempre un bel problema, mica c’erano le scarpe come ora! Si andava con gli zoccoli di legno (le scarpe si dovevano tenere per la domenica) ai quali spesso si cuciva una imbottitura fatta a mano con i calzini dismessi degli uomini.
Ecco come iniziavano le giornate qui al Feo: una calda colazione la mattina, polenta e latte o latte e caffè, una piccola scorta per il pranzo e poi tutti al lavoro.
Vita da filanda – Maria Cocco
Maria Cocco ci racconta del lavoro in filanda, della prima paghetta, del rapporto con le sue colleghe e amiche, delle dure condizioni di lavoro, aprendoci le porte dei suoi ricordi.
Eccola lì Priabona, fino a lì si doveva arrivare. Solo metà della strada e già mi facevano male i piedi.
Quanto ho sognato di potermi comprare delle scarpe con i miei risparmi!
Un tempo infatti, tutti i soldi che si guadagnavano lavorando si portavano in casa e servivano alla gestione dei beni comuni.
Ricordo ancora quando portai per la prima volta la busta con lo stipendio a casa, non mi sarei mai sognata di aprirla prima di arrivare! Arrivai a casa e la consegnai a mia mamma, con lo sguardo fiero di chi ormai era diventata un’adulta. Lei era tutta contenta, insomma, a quel tempo avevo solo 14 anni!
Le ore di straordinario che facevo le tenevo per me, un po’ li spendevo per qualche piccolo sfizio e con il resto “facevo musina”, come dicevamo un tempo, cioè li mettevo via di scorta.
In filanda poi, sui soldi non si scherzava, ogni errore che si commetteva, veniva pagato con una detrazione dalla paga mensile: “Te si nà in calo”, ci dicevano, quando avevamo tratto meno filo di quello che avremmo potuto fare con i bachi a disposizione.
Ognuna di noi, infatti, aveva la sua postazione numerata, così come era monitorata la quantità di bozzoli che ognuna lavorava. Era poi facile fare il conto e capire di chi fosse la colpa di un eventuale ammanco o errore. Ecco perché, per potersi permettere di mettere via qualcosa a fine mese, dovevamo fare molta attenzione sul lavoro e risparmiare il più possibile a casa.
Di certo sul cibo non si spendeva un granchè, anche perché all’epoca non c’era sicuramente tutta la disponibilità che c’è ora. I pranzi in filanda, infatti, erano molto essenziali, non rimpiango certo quei tempi: ci portavamo da casa due mele, due uova, qualche patata, che facevamo cuocere nell’acqua bollente che avevamo sempre a disposizione.
Cibo e bozzoli dei bachi stavano quindi insieme nella stessa tinozza, tanto che alla fine anche le patate prendevano il gusto dei “bigati”, cioè dei bozzoli.
I più fortunati si portavano giù un po’ di polenta, un po’ di pane e formaggio, dei fichi secchi: insomma, ci si adattava a quello che si aveva in casa e a quello che la stagione permetteva.
Con l’occasione del pranzo, ci si ritrovava tutte e quando era bel tempo ci si metteva al sole a mangiare. Ah, quanti canti facevamo tutte assieme! Anche lavorando si cantava molto, se la giornata non era particolarmente trafelata e così il tempo e la fatica passavano un po’ in secondo piano.
Tra canti, bozzoli e tinozze di acqua bollente, ho quindi passato molti anni della mia giovinezza. Sogno ancora adesso la filanda, il vapore prodotto dall’acqua calda che saliva dalle bacinelle e si condensava all’interno dell’edificio fino a formare una nebbia fitta, i capelli e gli abiti impregnati di umidità, l’aria maleodorante e le finestre che non si potevano aprire per non causare danni alla seta.
Sogno le mie compagne, gli odori, la fatica, l’ambiente severo e rigido, ma porto con me anche dei bei ricordi come le persone incontrate e le piccole soddisfazioni sono infatti ciò che mi ha resa orgogliosa di essere stata protagonista di un pezzo di storia di questa piccola comunità.
Cavaliere in armatura di seta
La coltivazione dei bachi da seta un tempo era un'attività molto diffusa tra le famiglie contadine.
Un mestiere affidato in particolare alle donne, che ne seguivano i complessi passaggi con molta cura. Cosa è rimasto di tutto questo? Qualche traccia la troviamo dentro nascosta all'interno di alcune espressioni del nostro lessico, scopriamo quali.
“Son cavalier, ma senza croce in petto; i Mori spoglio, e in Africa non vo:
tre volte a' giorni miei cangio l'aspetto, per vedermi immortal mentr'io potrò;
e per mangiar e per dormir nel letto, al contrario di voi la roba fo;
anzi vo' dirvi, e non mel crederete, che tanto quanto mangio, appunto o' sete.”
Questo enigma è attribuito ad Antonio Malatesti, l’inventore di indovinelli fiorentino più famoso del '600. Avete indovinato di chi sto parlando? Del baco da seta naturalmente, la larva di una farfalla che oggi risponde al nome di Bombyx mori o Bombice della seta.
Ai nostri tempi veniva chiamato “Cavaliere”, non so bene nemmeno io perché ma so che nel giorno di San Giorgio, il 23 Aprile, si andava tutti in processione in chiesa a far benedire una parte delle uova, le seménse, per poi iniziare l’allevamento. Molti in famiglia si dedicavano a questa attività e anche io da bambina seguivo e aiutavo mia madre nelle varie fasi di allevamento, eravamo infatti noi donne ad occuparci dei cavalieri!
Dopo aver fatto schiudere le uova, mettevamo le piccole larve su un telaio di canne con letti di foglie di Gelso, il loro cibo preferito.
Dopo 5 mute, queste larve, divenute bianche e lunghe qualche centimetro, erano pronte per fare il bozzolo.
Portavamo quindi le larve nel granaio dove avevamo preparato delle fascine di legna secca. Le fascine servivano per dare la possibilità ai cavalieri di trovare un sostegno su cui arrampicarsi e fissare il bozzolo. Dopo 3 giorni, trecentomila movimenti del capo e un’unica ininterrotta bava, lunga circa 750 metri, la Galéta, cioè la crisalide, era pronta.
Con la vendita delle Galéte, la mia famiglia guadagnava una buona parte del salario di un anno, ecco che una buona annata di allevamento voleva quindi dire maggior benessere per tutti.
Alla filanda, le Galéte finivano dapprima in mano alle cernitrici, o Passarine, che selezionavano i bozzoli perfetti, detti “reali” da quelli “realini”, buoni ma con qualche piccolo difetto.
Le prime a trattare i bozzoli erano quindi le Scoatìne, che immergevano i bozzoli nell’acqua calda e li muovevano con una scopetta per far sciogliere la sericina, la sostanza collante che tiene insieme la preziosa bava serica.
Le Filandiere quindi prendevano i bozzoli preparati dalle scoatìne e li versavano nell'acqua calda delle bacinelle.
Afferravano le bave di sei/sette bozzoli e con le dita le attorcigliavano in modo da formare un filo unico, il filo di seta.
E non erano le uniche! In filanda le mansioni erano molte. C’erano le menaresse, la passaseda, le ingropìne, la bigatìna o bigatàra, la strusina e altre lavoratrici, tutte indispensabili per la buona riuscita del prodotto.
Quanto lavoro e quante persone gravitavano attorno a quel preziosissimo filo di seta, che per anni ha permesso a tantissime famiglie della nostra zona di mantenersi e portare il cibo in tavola!
Per farvi capire la sua importanza vi lascio con una curiosità: sapete da dove deriva il detto “costare un ocio dela testa”? Dobbiamo tornare indietro fino al 1495 a Verona.
Il 24 Marzo di quell’anno, venne infatti pubblicata una “provvisione” che minacciava la perdita di un occhio a chiunque venisse sorpreso a rubare un gelso.
A Bassano, nel 1498, la pena venne invece ritenuta troppo severa e sostituita con il castigo delle frustate durante il giorno di mercato, facendo correre il colpevole per tre volte da una parte all’altra della città.
Quindi mi raccomando, se mai vi venisse l’idea di tagliare un gelso, non fatelo.
Anzi, prendetevene cura e raccontate la sua e la mia storia, perché non possiamo guardare al futuro e decidere chi saremo, senza guardarci alle spalle e conoscere chi siamo stati.




