I Diorami del Museo Naturalistico di Asiago attraverso quattro racconti del maestro Patrizio, tratti dal libro “Incontri sull’Altopiano”, Cierre edizioni. Siete pronti? Per ogni diorama è associato un racconto. Buon ascolto.
L’audio racconto A Spasso nella Natura è stato curato da Biosphaera s.c.s.
Musica, sonorizzazione e editing audio a cura di Nedac
Voce narrante di Marco Menegoni, Anagoor
Tappe
Mangiare a tradimento
Mangiare a tradimento (Patrizio Rigoni)
Mangiare a tradimento, da Incontri sull’Altopiano di Patrizio Rigoni, Cierre Edizioni
Camminavo quietamente lungo il sentiero che porta in cima allo Sprunch, in mezzo ad abeti che avevano raggiunto altezze vertiginose, venti-trenta metri, imponenti, magnifiche colonne di quel tempio naturale che è una foresta.
Erano tante le cose che m’attraevano in quel momento che al sentire improvvisamente, a pochi passi da me, un verso del genere, mi venne quasi un colpo al cuore!
Che verso? È difficile spiegarlo: un piagnucoloso, lamentoso “ziizziiz”, un verso che mi ricordava quello degli uccelli giovani quando hanno fame.
Mi guardai attorno ma non vidi niente.
Aspettai che la voce si ripetesse. Passò qualche minuto ed eccola di nuovo, vicinissima. Niente.
"Ma da dove viene, santo cielo? e passai in rassegna il margine del bosco, palmo per palmo, in suspence.
E finalmente, non mi vedo davanti una bocca spalancata?
Si, una bocca d'uccello a tutta apertura, gialla, a forma di rombo e sotto, un grosso pennuto, grigiastro, piuttosto goffo e sgraziato: un giovane cuculo!
Non ne avevo mai visto uno da vicino. Faceva una certa impressione: mi veniva in mente uno di quei bambinoni cresciuti troppo in fretta! Era a terra, caduto da chissà dove.
Guardo meglio tra i massi che lo circondano e vedo un nido a brandelli, completamente sfasciato. Per forza, quale nido può resistere con un piccolo così... grande! Aveva fame e chiamava. Mi tirai in disparte per vedere chi sarebbe accorso.
Dopo un po’ sento un frullo e... non mi vedo arrivare basso basso un uccelletto piccolo, rotondo, fulvo e con la codina all'insù? Uno scricciolo, un rasètle, uno dei più piccoli uccelli nostrani.
Aveva un bruco verde nel becco e, dopo un'occhiata all'intorno, imbeccò alla svelta quel suo unico famelico figliolone.
Lo imbeccò allungando al massimo il collo quasi per il timore che l'enorme bocca ingoiasse anche lui.
Frullò via subito e, in breve, ne arrivò un altro, il padre o la madre?
Padre o madre per modo di dire: sapete benissimo che il cuculotto non era un loro vero figlio bensì un figlio adottivo, nato nel loro nido...a tradimento!
Fatto sta che lo trattavano da genitori veri con un impegno, uno zelo a dir poco ammirevole.
Per tutto il tempo (quasi un'intera mattina) che rimasi lì a osservarli nel loro incessante andirivieni, non feci altro che contarne i voli e i tempi d'intervallo tra una ‘portata’ e l'altra: un'attività estenuante per una pancia senza fondo. Poveri scriccioli!
La bestiola senza nome
A spasso nella Natura - La bestiola senza nome (Patrizio Rigoni)
La bestiola senza nome, da Incontri sull’Altopiano di Patrizio Rigoni, Cierre Edizioni
Sembrerà impossibile, ma proprio io, fui sul punto di dare per primo il nome a un animale innominato, che non aveva cioè ancora un nome suo, un nome che lo distinguesse dagli altri animali.
In una mattina estiva del 1970 ero nei boschi del Dosso di Asiago, in compagnia di mio suocero. Piovigginava e un po' di afa stagnava tra gli alberi.
Lui raccoglieva funghi e io ne cercavo di nuovi per fotografarli. Nuovi in che senso? Sconosciuti, che non avevo mai visto fino ad allora.
Si stava bene lassù, liberi e sereni, nel silenzio quasi perfetto, interrotto solo dalle voci delle cince e dei regoli.
Momenti da ringraziare il Padreterno direttamente, perché i boschi, le rigogliose foreste son le più belle chiese che ci siano!
Mio suocero, non lontano da me, girava attento tra gli abeti, spesso si chinava e raccoglieva. Quel giorno poi, contento d'essere lassù con me, era in vena di scherzi tanto che più d'una volta mi chiamava per dirmi: "Ciò, Patri, vàrda sti funghi. Che i sia bòni? Che me ris-cia de torli su? Cosa disito?"
Erano tutti porcini, naturalmente, panciuti, sodi, bellissimi. E ridevamo insieme.
Seguitava a piovigginare e cominciai a scorgere sempre più spesso le più lunghe limacce dei nostri boschi, il lumacone grigio e il lumacone nero, e qualche grosso corpulento rospo, perfettamente in tinta col terreno.
Vi trovai anche la rana temporaria, la caratteristica rana rossa della zona alta dell'Altopiano. E poi, quali altri animaletti si fan vivi con l'umido o il bagnato se non lombrichi, i famosi produttori di terra buona? Ne vedevo infatti qua e là, anche di grossi come un dito.
"Ciò, Patri, che rassa de bestia zèla ‘sta qua? Vien vedare."
Pensai ad un altro dei suoi scherzi: cosa aveva mai trovato?
"Dove zèla ‘sta bestia?"
"Varda là, in meso al’erba".
Era una lucertolina scura, maculata, anzi ‘sporcata’ di giallo-zolfo, grande il doppio di una lecastrassa, di un tritone di pozza.
Si muoveva adagio, guardinga. Non l'avevo mai vista, anche se assomigliava molto alla ben nota salamandra pezzata, nera e a macchie giallo-oro (che vive dal piano alla montagna fino ai novecento-mille metri).
Pensavo a una sua varietà, meglio adattata all'ambiente alpino. La fotografai e, siccome ce n'erano parecchie nella zona, ne catturai un paio per il futuro museo di Asiago.
A casa, sui libri, la cercai con cura, per averne notizia e anzitutto per sapere il suo nome. Niente. Nessun libro parlava di questa salamandrina. E allora perché non cercare nella biblioteca di zoologia dell'Università di Padova?
Ma anche qui nessun libro o librone parlava di lei. Che fare? Per il momento lasciai perdere, in attesa di interpellare qualche studioso di grande esperienza in merito.
Mai però mi passò per la testa l'idea d'aver fatto una scoperta, d'aver cioè trovato una specie animale nuova, senza nome. Così trascorse del tempo, troppo tempo.
Una decina d'anni più tardi uno studioso, Pierluigi Trevisan, dell'Università di Modena la trovò a sua volta, si rese conto della sua novità e le diede un nome, quello di sua moglie (che per fortuna aveva un bel nome): Salamandra atra aurorae, che significa la salamandra nera di Aurora.
E io come l'avrei chiamata? Salamandra atra axilia censis, cioè la salamandra nera di Asiago.
Amica vipera
Amica vipera (Patrizio Rigoni)
Amica vipera, da Incontri sull’Altopiano di Patrizio Rigoni, Cierre Edizioni
“Attenti alle vipere!” si sente dire dalle mamme quando si fan le uscite scolastiche nei boschi.
A sentir loro le vipere son dappertutto e sempre, in ogni stagione e con qualsiasi clima. Invece non è per niente facile vedere una vipera, neanche nelle zone assolate e pietrose dove normalmente vive. Perché?
Perché, non appena sente un rumore di passi, si dilegua silenziosamente. Così successe a me quando, in occasione del mio primo libro sulla natura, avevo bisogno di fotografarne qualcuna nel suo ambiente.
Mi trovavo in perlustrazione nel Prà dei Tedeschi, in quel di Rotzo, nel bel mezzo di una calda giornata di luglio, momento ideale per trovarle distese al sole.
Camminavo da un po' lungo la carrareccia cercando di non far rumore e guardando giù per la scarpata, tra i sassi e gli sterpi. Controllavo ogni metro quadrato, ogni anfratto. Niente: "Eppure ce ne devono essere... altrimenti dove, meglio di qua?
Il terreno, arido e impervio, offriva mille rifugi, mille possibilità di nascondimento. "Forse mi hanno sentito... devo far più piano...". E continuavo a camminare lentamente, in punta di piedi, come un ladro di notte.
Finalmente: "Ecola là che la zè drio scondarse". La vidi infatti serpeggiare adagio tra l'erba, grigia come le pietre.
Andò a nascondersi dentro una masiéra, sotto un masso in bilico. Era mia! Mi appostai con calma sopra la grossa pietra e aspettai. Cosa aspettavo? Che la vipera uscisse dal rifugio per rimettersi al sole.
Passarono alcuni minuti. Poi ecco spuntare pian piano la testa, con la linguetta che vibrava: tastava, esplorava, odorava l'aria intorno a sé. Sentiva che c'ero, da qualche parte, ma dove? Era indecisa sul da farsi.
Il sole e la quiete la tentavano: esporsi o non esporsi? Girò la testa all'insù e mi vide. Io, fermo, la guardavo incantato.
Anziché scappare s'allungò tra i sassi sotto di me, timidamente. Era vicinissima, a portata di mano. Vedevo chiaramente la 'x' nera sulla testa e la lunga, perfetta zigzag del corpo (era un bel marasso). Le scattai svelto una foto. Bene.
Per incoraggiarla mi venne l'idea di parlarle, piano sottovoce: Sta’ buona... fa la brava... ecco là, così, sì…”.
Incredibile, sembrava capisse. Un po' alla volta, docilmente, si sistemò a trenta - quaranta centimetri dal mio viso e s'arrotolò. Le feci alcune foto da miss!
Continuavo a parlarle con dolcezza, anche se mormoravo qualche frase dura, minacciosa come: - Sta' attenta sai... non far scherzi... che non ti salti in mente di attaccarmi!
Mi capiva? Di certo sentiva che non ero una minaccia o un pericolo per lei. Mi muovevo infatti lo stretto necessario e sempre lentamente.
Alla fine me ne andai guardandola perfino con simpatia, riconoscente per le belle immagini a distanza ravvicinata che m'aveva concesso.
Forse non ci crederete ma per alcuni anni di seguito ripassai da quelle parti per accertarmi che ci fosse ancora, viva e vegeta.
Uno spettacolo millenario
Uno spettacolo millenario (Patrizio Rigoni)
Uno spettacolo millenario, da Incontri sull’Altopiano di Patrizio Rigoni, Cierre Edizioni
Non tutti possono né potranno forse mai assistere di persona agli straordinari combattimenti primaverili dei forcelli, lassù in montagna: ci sarebbe un tal via vai di gente e quindi un disturbo tale da allontanare magari definitivamente questi impareggiabili uccelli dai pochi luoghi atti alla lotta (le cosiddette arene). Anch'io sono tra i fortunati, vi ho assistito una sola e unica volta e m'è bastato: è un avvenimento così grandioso e così selvaggio insieme da suscitare in cuore l'esigenza che niente al mondo l'abbia ad impedire o, peggio che peggio, ad annullare.
M’è bastata una sola volta: infatti non credo mi sia sfuggito un momento o un aspetto di quell'occasione favolosa, né l'incanto della notte passata sotto le stelle, né le primissime voci degli uccelli all'aurora, né la solennità del sole nascente tra le creste ancora innevate, né, men che meno, l'attesissimo arrivo dei forcelli per le parate di sfida e le zuffe.
Ma che uccelli sono, tanto ne parlo bene? I galli forcelli, chiamati così per la forma a forcella della coda, sono bellissimi sia a terra che in volo, ma diventano superbi e maestosi capolavori della natura nel periodo degli amori. Me ne avevano tanto parlato che l'invito ad assistervi da parte di un amico, cacciatore di montagna, mi parve un privilegio, quasi un segno del destino. Sarebbero fuggiti e addio spettacolo! Non c'era la luna ma il chiarore di miliardi di stelle (così vicine da toccarle!) riflesso da miliardi di cristalli di neve ci facilitava la sistemazione.
Ci appollaiammo tra i rami d'un grosso abete, un po' in disparte ma con una buona visuale. Aspettammo pazientemente, bene infagottati e col passamontagna in testa, scambiando qualche parola sottovoce. Il vento ancora gelido ci teneva svegli.
Eravamo ambedue un tutt'uno con la montagna, coi larici e i mughi, le rocce e l'infinito firmamento che ci sovrastava. Il silenzio era immenso: qualsiasi parola sembrava inutile, meglio star zitti.
Quando a levante l'orizzonte cominciò appena a tingersi di rosa (eran le quattro?), all'improvviso, come dal nulla, sopraggiunse il primo maschio: era appena visibile sulla neve e per un po' rimase immobile col collo teso, guardandosi attorno, circospetto. Poi soffiò forte “uiisch... tciu-uiisch". Non avevo mai sentito un verso simile.
Sembrava una minaccia, un avvertimento (mi ricordava il soffio della vipera quand’è spaventata). La notte lo rendeva ancora più severo, quasi un ordine. Poi ecco quello che mi sembrò il richiamo di sfida lanciato ai rivali, vicini o lontani: un lungo, sonoro "truu-truuruu” o qualcosa di simile. Lo ripeté più volte continuando anche a soffiare come prima. Ero incantato! La sfida fu raccolta: arrivarono da chissà dove, uno dopo l’altro, tre-quattro forcelli. Forse venivano dal Meatta, un monte distante un chilometro o più in linea d’aria.
Avevano le ali penzoloni e la coda aperta al massimo. Si muovevano sull'arena esibendo, mostrando cioè l'un l'altro, vanitosamente, le proprie qualità, la forza e l'avvenenza: una scena che a milleseicento metri d'altezza, nel momento quasi religioso del risveglio della montagna, in attesa del nuovo sole, quasi mi toglieva il respiro. Uno scenario che, vecchio di millenni, sembrava magico, irreale: un sogno!
E il sole finalmente s'affacciò sull'Altopiano e sul mondo in tutta la sua regale magnificenza, illuminando come un enorme faro il palcoscenico dove si fronteggiavano i galli.
Si giravano attorno l'un l'altro soffiando e gonfiando il petto minacciosamente, grattavano la neve, piroettavano in aria, si balzavano addosso con le zampe protese: qualche graffiata arrivava a segno e qualche penna volava via, ma tutto, ogni mossa, ogni finta, ogni affondo sembrava fatto senza vera violenza, senza voglia di ferire o di annientare l'avversario.
C'erano sì fatica, foga, ardore ed eccitazione, ma avevamo l'impressione di assistere a un combattimento in cui un invisibile arbitro fosse lì a impedire lo spargimento di sangue. Pensavamo che la lotta dovesse cessare per la stanchezza, quando cioè i galli avrebbero via via esaurito le proprie forze. Ma perché combattevano? Cosa spettava al vincitore? L'amore delle femmine? E le femmine dov'erano?
Qualcuna occhieggiava qua o là, ma parevano disinteressate allo scontro: forse era una tattica tutta femminile! Non ricordo quanto durò lo spettacolo, ma quando il sole era ormai alto sulla montagna, uno alla volta i combattenti si dileguarono lasciando sul campo le loro orme, delle penne e sua maestà il vincitore, il più resistente di tutti.