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La leggenda di Sant’Orso
Anticamente chiamato Salzena, il paese di Santorso deve il suo nome attuale ad una leggenda a dir poco straordinaria.
Si narra dunque che Orso, nato da una nobile famiglia di Franchi, fu educato alla corte di Carlo Magno all’arte della cavalleria e si distinse da subito come un valoroso e forte condottiero, tanto da essere eletto al rango di Conte Palatino dell’Imperatore.
La madre di Orso, tuttavia, nascondeva in sé un grande segreto, che un giorno fu costretta a rivelare al figlio: quando Orso era ancora in fasce, il destino fu segnato dal presagio di un indovino.
La profezia era terribile: un giorno, disse l’indovino, Orso, avrebbe ucciso il proprio padre.
Venuto quindi a conoscenza della terribile sorte e per evitare che ciò si compisse, Orso abbandonò la Francia e si diresse in Dalmazia.
Arrivato dunque in Dalmazia, le sue grandi capacità e il suo valore, non tardarono a farsi conoscere: sconfisse l’esercito pagano e attirò su di sé le attenzioni della figlia del re, che divenne poco dopo sua moglie.
Non solo, riuscì addirittura a convertire al cristianesimo il re e con lui l’intero popolo della Dalmazia e alla morte del suocero, a diventare egli stesso Re di Dalmazia.
Nel frattempo il padre, venuto a conoscenza dei successi del figlio, partì dalla Francia per andarlo a trovare.
Giunto in Dalmazia fu accolto dalla nuora, in attesa che il figlio, ora re Orso, rientrasse dalla battuta di caccia nella quale era impegnato. Fu invitato dalla nuora a riposarsi, visto il lungo viaggio che l’aveva portato fino a li.
Nel frattempo però, un cameriere reale sotto le cui spoglie si dice si nascondesse il diavolo, raccontò di gran fretta a re Orso che la moglie si trovava in casa, coricata, in compagnia di un uomo sconosciuto.
Re Orso, infuriato, si precipitò a palazzo, cieco di rabbia e uccise in un impeto d’ira, il padre e la moglie.
Resosi subito conto della tragedia, distrutto dal dolore, partì per Roma con l’intenzione di chiedere al Papa di poter espiare il suo peccato.
Il Papa Adriano I accolse Orso e impose la sua penitenza: andare pellegrino, con la testa rivolta verso il basso e senza domandare mai a nessuno dove si trovasse, in questo modo avrebbe dovuto cercare la chiesa di Santa Maria in Monte Summano e una volta arrivato li, e solo lì, fermarsi.
Orso vagò per il mondo: arrivo a Gerusalemme, a Santiago de Compostela e il 3 maggio, dopo ben 12 anni di pellegrinaggio, giunse nei pressi del borgo di Salzéna, grande deve essere stato il suo stupore quando sentì nominare, dalla voce di due pastori che stavano facendo pascolare le loro greggi ai piedi della montagna, il nome Monte Sumàn, capì in quel momento di essere arrivato alla fine del suo viaggio e di lì a poco morì.
La gente del luogo, accorsa nel frattempo, trovo Orso, con accanto il suo bastone da pellegrino, ora fiorito, e sentì le campane che, da sole, risuonavano nel paese.
Riconosciuta dunque la sua santità, venne eretta una chiesa a lui dedicata, nei pressi del luogo dove la sua vita ebbe termine.
Orso venne sepolto nella chiesa di San Dionigi e sulla sua tomba iniziarono ad arrivare pellegrini e ad avvenire miracoli.
La tradizione vuole che Carlo Magno in persona, venuto a conoscenza della travagliata storia di Orso e di ritorno da Roma dove era stato incoronato imperatore nella notte di Natale dello stesso anno, abbia fatto visita al paese per recuperare le spoglie del suo cavaliere.
Tuttavia riuscì nell’intento solo in parte, riportando nella terra natale di Orso, solamente un braccio del santo e il suo bastone fiorito.
Lo stesso braccio che secoli dopo, trafugato da un ladro, comparve nel paese di Vejano presso Viterbo, dove venne eretta una chiesa in suo onore e proclamato santo patrono con il nome di Orsio.
I resti del santo sono oggi conservati nella chiesa alta, detta appunto, del Santo, dove la sua storia è ricordata in nove formelle nella cappella a lui dedicata.
Santuario di Sant’Orso
La chiesa del Santo, che si affaccia sull’alta pianura vicentina con una bellissima visuale, è dedicata a Sant'Orso, patrono del paese, ed è uno degli edifici di culto di maggior interesse dell’alto vicentino.
La chiesa risulta già esistente a partire dal tredicesimo secolo e, almeno fin dal secolo quindicesimo, dotata di un cimitero proprio, antistante ad essa, probabilmente per accogliere le spoglie mortali dei frati girolimini.
L'edificio come lo vediamo oggi è frutto del progetto del vicentino Ottone Calderari, appassionato studioso del mondo classico e di Palladio, rinomato e stimato architetto di epoca neoclassica che ha dato vita ad altri importanti lavori nelle maggiori province venete.
L’occasione fu il trasferimento della statua della Madonna dal santuario della cima del Monte Summano, nel 1777.
Infatti, abbandonato da pochi anni il santuario sul monte da parte dei frati Girolimini in seguito alla riorganizzazione degli ordini ecclesiastici voluti dalla Repubblica di Venezia (22 gennaio 1774), la venerata statua della vergine fu ceduta alla comunità di Santorso dalla moglie del nobile Pietro Priuli che aveva ereditato dai nobili Nogarola il diritto di patronato sul santuario.
Il 19 maggio 1777 fu trasportata nella chiesa dedicata a Sant’Orso dove la pietà del popolo “eresse dai fondamenti una cappella e altare di marmo per collocarvi la suddetta immagine”. All’interno della chiesa, una lapide ricorda questo importante evento.
Nella chiesa, già a partire dal 1618, è conservata un’arca che contiene il corpo di Sant’Orso, spostato dalla Chiesa di San Dionigi, che sorge a poche decine di metri di distanza e nella quale erano state conservate le spoglie fino a quel momento.
L'agiografia legata al santo patrono, d’altra parte, identifica l’area dove sorge l’attuale chiesa del Santo, come il luogo dove il nobile Orso morì, il 3 Maggio dell’800.
Dal progetto della nuova chiesa alla sua realizzazione e inaugurazione passò tuttavia più di mezzo secolo. La chiesa, fu infatti costruita tra il 1849 e il 1852, dall'arciprete Don Luigi Marcolungo, assistito, come narra la cronaca del tempo "dalla pia liberalità e dalle braccia indefesse di tutto un popolo".
Il tempio del Calderari venne così ad inglobare sia l'antica chiesa di S.Orso sia la cappella dedicata alla Vergine. La scritta sull'architrave ben riassume la duplice natura del santuario: Deiparae de Summano et S.Ursio sacrum, cioè “Sacro alla madre di dio del Summano e a Santorso".
L’edificio è di stile neoclassico, compatto e solenne e si rifà direttamente agli esempi palladiani. Lo distingue e lo impreziosisce, la pianta circolare nella quale si innestano l’atrio con l’organo, le cappelle laterali e l’ampio, profondo presbiterio. La chiesa custodisce al suo interno alcuni dipinti di pregio come la Deposizione nel sepolcro e la Natività, attribuiti ad Alessandro Maganza, esponente vicentino del manierismo veneto, che operò anche a Venezia, tra il 1572 e il 1576 apprendendo da artisti quali Tintoretto e Veronese.
Risalgono al 1877 i lavori di completamento del campanile, su progetto dell'architetto Antonio Caregaro Negrin, progettista di fiducia del senatore Alessandro Rossi.
E neanche il senatore Rossi mancò di partecipare direttamente, donando il nuovo orologio del campanile e andando così a completare una delle opere d'arte più belle che esistano non solo di Santorso ma di tutto il vicentino.
Il monte Summano – Magia e mistero
“Spazio di frontiera tra cultura e natura” il Monte Summano è “per eccellenza monte magico e sacro”.
In effetti, il “gigante dell’agro vicentino”, come viene definito dal vescovo di Vicenza in una lettera nel 1921, ha tutte le caratteristiche per occupare un ruolo importante nello spazio immaginario degli abitanti della zona, la sua conformazione con due vette contrapposte, le numerose sorgenti delle pendici meridionali, le grotte, come la celebre Bocca Lorenza, frequentata sin dal Neolitico, la ricca flora celebrata dai più autorevoli nomi della scienza rinascimentale.
Il toponimo stesso, Summano, per molti rappresenta il composto delle parole mons e summus, nel senso di estremo, o alto.
D’altra parte, la tipica forma imponente del rilievo, di per sé elemento di “attrazione e fascinazione”, in posizione strategica isolata, costituisce da sempre un termine visivo settentrionale per tutta la pianura compresa tra i fiumi Astico e poi Tésina, verso est, e l’orlo dei Lessini ad ovest.
Non ultima, la sua posizione allo snodo di importanti quanto antiche vie di transito e transumanza che dalla valle dell’Astico si prolungavano verso il mondo retico-alpino, ha contribuito ancora di più a rendere forte e centrale il suo ruolo geografico e immaginario.
Insomma, una fama e un imponenza che appaiono ben più importanti ed evidenti dei suoi, comunque rispettabilissimi, 1296 metri di altitudine.
Immagina per un secondo una pianura sgombra di strade, case e industrie, visualizzare una fitta foresta di querce, e il grande versante del nostro monte sullo sfondo, a fare da guida al cammino.
Tutti gli elementi raccolti, rendono quanto mai plausibile, quindi, che il monte sia stato considerato la dimora di numerose divinità fin dai tempi più remoti.
D’altra parte, altre interpretazioni del toponimo fanno derivare il nome da Summanus, il dio Summano, divinità di probabile origine etrusca, adorato poi dai romani, e identificato in seguito come il dio Plutone.
Il nome Summanus deriverebbe a sua volta da sub e manus, prima dell’alba, ovvero, dio della luce mattutina e per antitesi adorato in seguito come dio degli inferi, divinità notturna legata al mondo sotterraneo e vulcanico e, in definitiva, al mondo dei morti.
Dando seguito a queste ipotesi, possiamo ritrovare note del letterato romano Marco Terenzio Varrone che ci informa di come Summano avesse un culto in comune con Vulcano o di Ovidio che secondo il quale il 20 di giugno, ricorreva, nell’antica Roma, il natale del tempio di Summano al Circo Massimo.
Il tempio romano era stato dedicato nel 278 a.C., ad ovest del Circo Massimo, alle pendici dell’Aventino, dopo che la statua del dio che si trovava al Campidoglio venne colpita da un fulmine e distrutta.
Sempre nell’antica Roma, per riservarsi la benevolenza del dio Summanus, il giorno prima del solstizio d'estate, il 20 giugno, dolci rotondi chiamati summanalia, fatti di farina, latte e miele a forma di ruota erano offerti in dono.
Su queste tradizioni che si sono arrivate dai letterati romani, a partire dall'età umanistica sorsero varie leggende riguardanti i riti pagani praticati sul monte vicentino, nelle quali si ricorda la presenza di antiche rovine presso la vetta, il sacrificio di montoni neri, così come la presenza di un tempio ben visibile dalla pianura con la raffigurazione del dio come un capro dalle corna d’oro.
Distinguere storia e leggenda non è cosa facile, ma a supportare ipotesi e sciogliere misteri, viene in nostro aiuto la ricerca archeologica.
Recenti scavi presso la cima, hanno permesso di recuperare diversi oggetti che testimoniano la frequentazione romana e la presenza di un luogo di culto, forse distribuito in diversi altari e cappelle votive.
Sono in particolare due statuine d’argento, la prima raffigurante un eroe o dio dotato di scudo, elmo, asta, e pelle del leone, identificabile come Ercole, e una seconda raffigurante una figura femminile seduta sul trono, entrambe grandi pochi centimetri, a gettare un po’ di luce sul ruolo del monte in epoca romana o preromana.
Recenti studi archeologici sull’Ercole del Summano e su altre testimonianze in Veneto hanno sottolineato la possibile relazione tra il Monte e il culto di Ercole, eroe protettore della pastorizia, dell’allevamento e dispensatore del sale prezioso per le greggi, oltre che protettore di mercanti, cave e miniere.
Queste prerogative ben giustificherebbero un culto dell'eroe sul Summano data la sua posizione di controllo delle vie di collegamento con il modo retico, la vicinanza alle risorse del bacino minerario di Schio e la frequentazione legata agli spostamenti delle greggi tra la pianura e i fecondi pascoli delle montagne Alto Vicentine.
Un altro reperto, un astragalo datato al sesto/quarto secolo a.C, fornisce alcuni spunti sulle pratiche oracolari della seconda età del ferro.
Infine circa 100 monete, oggetti in metallo e resti di strutture romane e preromane, provano l'esistenza di un nucleo cultuale sul monte, anche se tutto il contesto archeologico risulta profondamente intaccato dallo scavo delle trincee della prima guerra mondiale che vide il Monte Summano giocare il ruolo di importante caposaldo a ridosso del fronte.
Alla luce di tali scoperte, quindi, è possibile ritenere anche dal punto di vista storico e scientifico che sulla sommità del monte Summano fosse stato edificato un tempio, un sacello o un'edicola sacra. E quindi leggende e tradizioni legate al monte Summano, benché trasformate dal tempo e dalle persone, trovano un loro fondamento dando un senso profondo al fascino e al mistero di questo monte.
Bocca Lorenza
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Che il monte Summano e Santorso fossero frequentati fin da tempi remoti, lo confermano i numerosi ritrovamenti avvenuti nella celebre grotta Bocca Lorenza, che come un misterioso portale si apre al centro del versante meridionale del monte, all’interno della Val Grossa.
Il fascino della grotta traspare anche nel testo dell’abate vicentino Gaetano Maccà, che nella sua monumentale Storia del territorio Vicentino, dei primi anni dell’800, riporta:
”Nello stesso Monte Summano sopra la chiesa di S.Orso verso Piovene v'è un sotterraneo, ossia grotta, detta volgarmente Bocca Lorenza.
Dicono quelle genti, ch'entrando dentro di essa sentesi un mormorio di acque. Ecco ciò che dice di essa il sopraddetto Dottor Lupieri: una particolarità, che non si deve ommettere nella storia orittografica di Santorso, si è un antro vastissimo che si apre a ridosso del Summano all'occidente di detta Villa.
I Terrazani la denominano la Bocca Lorenza. Questa grotta si porta a linea dritta verso il centro del monte.
Non c'è persona che sappia dire, nè quanto sia lunga, nè quanto larga. La curiosità di tratto in tratto vi ha condotto qualcuno, ma per tutto altro oggetto che per prenderne le dimensioni dell'altezza, della larghezza, e della profondità.
Riportandosi alle relazioni che si sono ricevute da persone coraggiose, che sono penetrate molto avanti, non si allontanano molto dal vero assicurando che questo gran ventre occupi la maggior parte del centro della Montagna. Non si può sulle altrui informazioni stabilire, se la suddetta cavità sia lavoro del caso, o dell'arte”.
Ma lasciando il racconto dell'Abate Maccà, veniamo a tempi più recenti. Esplorata in modo sistematico nella prima metà del novecento l'ampia cavità, il cui nome curioso ha fatto fiorire storie e leggende, ha rivelato una profondità di circa 36 mt e interessanti aspetti naturalistici e storici.
Dopo i primi rinvenimenti casuali di inizi novecento la grotta fu oggetto di scavi archeologici che hanno permesso di documentare una lunghissima frequentazione, dal tardo neolitico fino all'età moderna.
I manufatti rinvenuti tra cui spiccano tre asce piatte e in rame, di fattura molto antica, raccontano i diversi utilizzi della grotta nel corso del tempo: ricovero temporaneo di pastori dal neolitico, area sepolcrale nell'età del rame e luogo di culto nella seconda età del ferro.
Attualmente i reperti sono in parte esposti al museo archeologico dell'Alto Vicentino e al museo naturalistico di Vicenza, in parte conservati in una collezione privata.
Prati, alberi e boschi
Il tipo di vegetazione più comune sui versanti meridionali del monte è una sorta di prato arido cespuglioso dominato dalla Sesleria, un pianta erbacea con fioritura molto precoce, e dall’orniello, un albero che qui assume un portamento soprattutto cespuglioso.
Facile da osservare, l’orniello si riconosce piuttosto facilmente per le caratteristiche foglie, composte e formate da 5, 7 o 9 foglioline picciolate, di forma ovale.
In realtà l'osservazione di questi ambienti rivela all’occhio esperto il loro antico utilizzo e il forte impatto subito dallo sfruttamento umano, per la maggior parte infatti, i versanti del monte sono stati pascoli per pecore e capre, a partire da da tempi decisamente antichi e fino alla metà del secolo scorso.
Ne sono testimoni visivi fotografie del monte che lo ritraggono spoglio e quasi irriconoscibile rispetto ai giorni attuali, dove la copertura vegetale ha riconquistato abbondantemente il terreno sottratto.
I pascoli, abbandonati ormai da lungo tempo, hanno infatti seguito una naturale evoluzione, la quale tuttavia non è avvenuta completamente, nell’impossibilità di raggiungere completamente l’originaria formazione.
Ciò è dovuto soprattutto all'aridità del terreno e all’impoverimento subito nel corso del tempo, tanto che il terreno stesso, oggigiorno, riesce molto difficilmente a trattenere l’abbondante acqua meteorica.
Questa situazione di perenne trasformazione ha contribuito a rendere la flora del monte Summano particolarmente interessante, con la presenza di alcune delle specie tra le più rare del vicentino: l’Erba Perla rupestre, il Fior Mosca, il Narciso così come numerose orchidee che per certi versi sono una delle caratteristiche di questo monte, rinvenibili proprio all’interno delle distese prative.
Non sorprende quindi che proprio questi ambienti, veri e propri biotopi localizzati e peculiari, siano stati dichiarati siti di interesse comunitario e di conseguenza protetti da leggi europee che ne hanno decretato la massimo tutela al fine di conservarne la preziosa biodiversità
Nella fascia inferiore i boschi che ornano le pendici del monte sono dominati, oltre che dal già citato orniello anche da altre importanti specie arboree come il Carpino nero, molto diffuso e facilmente riconoscibile grazie al margine delle foglie doppiamente seghettato, e la splendida Roverella, una quercia piuttosto diffusa che in inverno trattiene in modo caratteristico le sue foglie secche appese ai rami.
Fondali marini e antichi vulcani
Le due cuspidi del Monte Summano, caratteristiche e riconoscibili già dal lontano capoluogo berico, sono sicuramente una figura familiare per tutti vicentini e di rimando, dall’alto dei suoi 1296 metri, la vista può spaziare ampiamente sull'incredibile rete di paesi, campi e strade dell’operosa provincia in un dialogo antico quanto silenzioso.
Proprio questo cono bicipite, questa forma così caratteristica della sua sommità, ha contribuito a far nascere numerose leggende e tradizioni locali, alcune fondate su fatti reali, benché persi nella notte dei tempi, mentre altre nate da curiose interpretazioni o da vere e proprie fantasie e di conseguenza decisamente false!
Provate a chiedere informazioni a qualche abitante del luogo non sarà raro sentirsi raccontare, ad esempio, la storia della sua presunta origine vulcanica, una tradizione popolare che si tramanda da intere generazioni e che sembra essere nata in epoche decisamente antiche.
Lo stesso storico dell’ottocento che abbiamo già incontrato, Gaetano Maccà, riporta nella sua storia del paese l’origine vulcanica di questo monte:
“In Monte Summano anticamente eravi un Vulcano. Di esso fa menzione il sopraccitato dottor Lupieri colle seguenti parole:
Due lave di sassi abbronzati ch'escono di sotterra alla metà del monte o poco sopra, l’una sul sentiero di Piovene, l'altra sul sentiero di S. Orso, non computate quelle che in parecchi luoghi inaccessibili saranno state vomitate dall'ardente Vulcano, ci fanno senza esitanza comprendere l'origine del disfacimento dei suoi suoli, porzione de' quali, come abbiamo notato, esiste tuttavia dietro la villa di S. Orso, dove non avrà potuto estendersi la violenza del fuoco distruttore.”
Ma vi possiamo assicurare che la forma del nostro monte, con i vulcani, non ha proprio nulla a che fare e di certo andare alla ricerca di un presunto cratere nella sua sommità non vi porterà nessun risultato.
Vero è invece che il monte è il frutto dell’enorme scontro ancora in atto tra Africa ed Europa e rappresenta solo la propaggine meridionale di un’area geologica ben più ampia e strutturata che oltre al massiccio roccioso del Monte Novegno, con i suoi 1552 metri sul livello del mare, comprende anche l’Altopiano del Tretto.
Il Monte Summano è invece delimitato in modo netto dalla Valle dell’Astico, nel suo lato nord orientale, tra i comuni di Velo d’Astico e Arsiero e dall’ampia conca del Tretto ad occidente, già comune di Schio. Verso sud invece, come è facile verificare, l’alta pianura vicentina si raccorda dolcemente al versante e ne sfuma gradualmente la pendenza.
La roccia che compone l’ossatura del Summano e che affiora nei grandi versanti che dominano la pianura è la celebre dolomia principale, formata in un antico ambiente marino, caldo e tropicale, che risale a circa 200 milioni di anni fa.
A ben guardare, si intuisce bene come gli strati di roccia dolomitica siano profondamente e decisamente modellati dallo scontro tra le grandi zolle tettoniche di cui si è detto, tanto che dalle profondità della pianura si innalzano decise verso il cielo fino a raggiungere la sommità del monte.
A cercarlo bene però, un collegamento con i vulcani c’è, anche se piuttosto particolare. Il monte nasconde infatti la presenza di strati e intrusioni di rocce basaltiche (queste si, e per definizione, di origine vulcanica) che sono in comune con tutta la corona di colline che ornano la provincia di Vicenza, tuttavia la loro origine è piuttosto lontana nel tempo e risale ad almeno due distinti periodi: 230 milioni di anni circa, durante l’era Triassica quello più antico, e circa 50 milioni di anni fa, nell’era Cenozioca o Terziaria.
Aldilà dei numeri e periodi, insomma, nulla a che vedere quindi con vulcani più o meno recenti o di epoca storica.
Nonostante questo la presenza delle rocce di origine vulcanica e dei processi geologici a loro collegati, hanno rappresentato la vera e propria fortuna per questi territori.
La loro formazione e la loro presenza hanno dato infatti origine ad una incredibile varietà di minerali che già partire dal quindicesimo secolo hanno reso famoso il vicentino in tutta Europa, grazie all'apertura e allo sfruttamento delle numerosissime miniere della Val Leogra e soprattutto dell’altopiano del Tretto, il naturale proseguimento occidentale del Monte Summano.
Da San Prosdocimo ai padri Girolimini
La tradizione cristiana vuole che nel 77 d.C. San Prosdocimo (che fu discepolo di San Pietro, primo vescovo di Padova e evangelizzatore della Venezia occidentale) ponesse la prima pietra del tempio dedicato a Maria, abbattendo l'idolo di Plutone, Summus Manium, che vi si adorava.
Affermazioni che non hanno supporto storico, ma che contribuiscono ad impreziosire la leggenda del monte Summano e ben si integrano con le presenze pagane e la conseguente necessità di rifondare il culto del luogo sacro su basi prepotentemente cristiane, fatto comune anche ad altre valli vicentine.
Nella tradizione, la Madonna è considerata la più feroce nemica di Satana, colei che ne schiaccia il capo ed è quindi ragionevole che proprio a lei sia stato consacrato il monte sul quale incombeva la minaccia degli dei infernali.
Ecco allora che per l’intercessione della Vergine, la chiesa del Summano fu riconosciuta nel corso del tempo come santuario, sia per le numerose narrazioni miracolose che per i frequenti pellegrinaggi, presunti o reali che fossero, che si susseguirono nel corso del tempo, non ultimi quelli di Sant’Orso e di Carlo Magno.
E non sono mancate le popolazioni locali a dare sostegno e ad accrescere la venerazione per il culto di quella che localmente viene chiamata la Regina Montis Summani.
Per trovare un supporto storico certo sulla presenza del santuario bisogna rifarsi alla vicenda di un certo Fra Tiso, identificato in un documento notarile del 1305 come priore della Chiesa di Santa Maria del Monte Summano, il quale riceve dalla nobildonna Castellana un campo di terra con vigna, per il prezzo di cinque libbre di danari.
Fra il 1300 e il 1400 il santuario subì alterne vicende, anche in virtù della crisi della chiesa seguita allo scisma d’occidente, fino alle notizie certe della custodia da parte dell’ordine religioso dei canonici regolari di S. Marco di Mantova.
Ma è il 1452 a segnare l’inizio della nuova vita del santuario. Già famoso da secoli e assai frequentato, grazie all’interesse dell’allora vescovo di Vicenza, Pietro Barbo (che diventerà Papa Paolo II nel 1464) il santuario fu affidato alla congregazione dei Padri Eremiti di S. Girolamo, noti come Girolimini, fondati del Beato Pietro Gambacorta da Pisa: la congregazione, al culmine della sua espansione, conterà 47 conventi, quasi tutti in Italia, tra cui il convento delle Maddalene a Vicenza.
L’arrivo dei frati Girolimini segnò per tutto il Monte Summano un vero e proprio rilancio religioso e il santuario conobbe il suo periodo di massimo splendore, la chiesa venne in questo periodo ampliata a tre navate, fu eretto il campanile e fu ingrandito il convento.
Il tetto, fatto in origine di scaglie di legno, venne rifatto in tegole, e la capienza dell’edificio fu portata a tremila persone, per poter ospitare le folle dei pellegrini che da ogni parte raggiungevano il monte.
Rinnovato quasi completamente, il tempio venne riconsacrato nel 1516.
Di certo la presenza dei frati diede avvio anche alla fortunata storia botanica del monte, grazie allo studio e all'applicazione delle oscure conoscenze colturali e applicative delle piante medicinali racchiuse nelle studio della tradizione ereditata dal mondo classico e gelosamente custodita nel chiuso dei monasteri.
I frati quindi non si sottrassero al compito di curare le anime, certamente, ma anche i corpi, applicando la conoscenza che trovava poi materia prima nella ricca flora del monte.
Questo stato glorioso durò sino al 1774 quando un decreto dei Senato della Repubblica Veneta costrinse i Padri Girolimini ad abbandonare il santuario.
Giusto il tempo per provvedere allo sgombero, durante l’anno successivo e poi i padri girolimini furono trasferiti nel convento di Lispida, nei Colli Euganei.
Ciò che rimane ancora oggi, dell’antico santuario, sono l’altare in marmo è la statua della Vergine, trasportate nella chiesa del Santo a Santorso, e la statua lignea della chiesa dell’Angelo nel comune di Piovene Rocchette.
Da questo momento in poi l'edificio subì abbandoni, crolli e degrado e venne poi definitivamente abbattuto.
Il nuovo santuario e gli ultimi girolimini
Nel 1892, grazie all'iniziativa dell’allora parroco di Santorso e con i finanziamenti del senatore Alessandro Rossi, il santuario di Santa Maria del Summano trovò nuova vita: di lì a pochi anni venne ricostruito, fedele alle forme settecentesche e ancora oggi poco sotto la vetta del monte racconta la sua lunga e gloriosa storia.
Dietro l’altare fu collocata una nuova immagine di Maria Ausiliatrice, scolpita dall’artigiano Pietro Dalla Vecchia di Santorso.
Degli stessi anni è anche la costruzione della strada che stai percorrendo, cioè quella che dalla chiesa parrocchiale arriva alla Chiesa del Santo, prosegue per l’antica zona del castello di Santorso, la località Roagna e la successiva Costa Boetto e Prà Minore fino a raggiungere la cima del Monte Summano.
Solo successivamente furono aggiunte anche le quattordici stazioni della Via Crucis, cosicché l'unica strada dei Prà Sereni, come era chiamata in orgine, divenne l’attuale strada della Via Crucis.
Dopo 120 anni di assenza, il 18 agosto 1894 fecero ritorno al convento anche i frati Girolimini e vi rimasero, ufficialmente, fino al 1933, anno in cui l’ordine fu definitivamente soppresso. Presero alloggio nel convento attiguo alla villa del senatore Alessandro Rossi sotto la guida del priore Padre Luigi De Stefanis.
Riprese anche la loro opera di cultori della tradizione botanica del monte, che un tempo permetteva di preparare e offrire infusi medicamentosi e che ora continuava con la produzione dello storico liquore Girolimino, chiaro e limpido, tramandato dalle generazioni di padri.
Nel 1900 il farmacista Cesare Zanella presenta il Girolimino all’esposizione internazionale di Parigi, a Venezia e all’esposizione mondiale di Roma, ottenendo riconoscimento ufficiali: medaglia d’oro a Parigi e a Venezia, gran premio e medaglia d’oro a Roma.
La fama del Girolimino si diffonde nel Veneto grazie ai pellegrinaggi al Santuario.
Con atto notarile del 13 agosto 1948, in accordo con gli ultimi Girolimini ancora viventi, Renato Zanella di Schio acquisisce l’antica ricetta e i diritti di fabbricazione.
L’ultimo dei Girolimini del Summano, padre Francesco Gruba originario di Danzica, si spense in povertà ed umiltà il 22 ottobre del 1969.
Lana e pastori
Pecore, capre e pastori sono stati per molto tempo abitanti fedeli del Monte Summano.
E proprio Santorso sembra poter vantare, almeno per quanto riguarda il territorio della Val Leogra, le tracce più antiche che confermano questa affermazione.
Benchè attività indirette, infatti, filatura e tessitura rappresentano il normale proseguimento dell'allevamento ovino, con lo sfruttamento della materia prima prodotta dagli animali, ovvero la lana.
Lana che sarà anche la vera fortuna di tutto il territorio alto vicentino nel corso dei secoli a venire, fino a trovare il suo apice ed anche il suo epilogo con le vicende della più grande industria laniera d’Italia, il lanificio di Alessandro Rossi.
Ecco dunque che numerosi ritrovamenti archeologici sparsi nel territorio comunale, tra cui pesi da telaio e fusaiole di varie fogge, danno il livello di queste affermazioni, tra di esse, quella ritrovata pesso Bocca Lorenza vanta la maggior antichità, risalendo ad un'epoca compresa tra la metà del terzo e la fine del secondo millennio a.C.
Inoltre il villaggio storico di Santorso ha restituito, accanto a grandi concentrazioni di pesi, i resti carbonizzati di telai verticali anche di grandi dimensioni. Una testimonianza di come l'attività tessile praticata a Santorso, nell'età del ferro, andasse ben oltre l'uso domestico, con la produzione di tessuti di pregio e ricercati.
Fiori e botanici illustri
I pellegrini che faticosamente salivano al santuario della vetta, non si lasciarono certo sfuggire la la ricchezza e la diversità floristica del monte.
È anche vero che la leggenda vuole che fossero gli stessi pellegrini ad abbellire il sacro monte con fiori ed essenze portate da ogni dove.
Fu quindi quasi inevitabile che i primi botanici interessati al territorio vicentino, durante il rinnovamento rinascimentale del metodo scientifico, compissero le loro escursioni proprio sul Monte Summano trovandovi concentrata la ricchezza botanica propria di tutta l’area prealpina veneta.
Non è nemmeno del tutto illogico pensare che fossero spinti verso il monte dalla comodità di accesso e dal sicuro appoggio fornito dalla presenza del convento dei frati.
La fama del Summano era già tale nel corso del cinquecento da spingere il granduca di Firenze a finanziare spedizioni sul nostro monte al fine di arricchire i giardini fiorentini.
Celeberrima quella e del botanico fiammingo Giuseppe Casabona, che nel 1583 vi rinviene “tante et così rare erbe quanto in nessun luogo ne ebbi mai a trovare".
L’escursione è ricordata anche dal contemporaneo naturalista Ulisse Aldrovandi che definì la flora del summano “la più ricca tra tutte”.
Dopo di loro, e fine alla fine del secolo, numerosi studiosi esplorarono il monte, attratti dalla fama che nel corso del tempo si era conquistata.
Una fama che ha reso il Monte Summano una delle località più conosciute e citate, con un sovrapporsi di raccolte antiche o più recenti, che a varie riprese hanno arricchito o rivisto il numero di specie botaniche che qui si possono rinvenire.
Ad oggi, possiamo considerare che sul monte sono presenti più di mille specie vegetali, un numero che quasi eguaglia il totale delle specie di aree ben più ampie ad esempio l’intera Val Leogra, una fama confermata insomma, dalla prova dei fatti.
Vale la pena ricordare almeno due delle specie più interessanti ma anche facili da riconoscere nel versante meridionale del monte, proprio nelle rupi calcaree o nei prati aridi che bordano strada della Via Crucis che sale verso la vetta.
Il primo posto spetta sicuramente all’erba perla rupestre, una pianta perenne e semi legnosa che nei mesi di maggio e giugno sfoggia il blu cobalto dei suoi fiori tubolari, preziosa e particolare perché distribuita esclusivamente in un’area ristretta del margine prealpino veneto e in poche stazioni delle Alpi Apuane in Toscana.
L’altro fiore spettacolare è la frassinella, che oltre i 600 metri di altitudine, quando i prati aridi prendono il sopravvento sulle ultime coperture boschive, si lascia ammirare in tutta la sua bellezza.
I fiori rosa con venature violacee, il fusto alto circa mezzo metro e il buon profumo di limone che si sprigiona da tutta la pianta, la rendono una delle regine del periodo primaverile.









