Avventura, amicizia, guerra e montagne: questa è la storia della costruzione della Strada delle 52 Gallerie del Pasubio, che nel corso del 1917 strinse in un’amicizia duratura gli uomini della 33° Compagnia Minatori.
Una strada resa necessaria dagli eventi, costruita per raggiungere la parte sommitale del Monte Pasubio, dove la guerra di trincea e di mine stava modificando il volto stesso della montagna. Una strada che oggi rappresenta un valore storico e ambientale tra i più importanti d’Italia.
Audioguida realizzata da Biosphaera s.c.s. per conto dell’Unione Montana Pasubio e Piccole Dolomiti, nell’ambito del progetto Green Communities
Tappe
La montagna
L'inverno più nevoso del secolo
È la fine di gennaio del 1917. A Bocchetta Campiglia, 1216 metri di quota sul versante vicentino del Monte Pasubio, uno degli inverni più nevosi del secolo stringe la montagna in una morsa di neve e ghiaccio.
Lo stretto valico tra le valli vicentine del Pósina e del Lèogra, quello che al giorno d’oggi segna l’inizio della celebre Strada delle 52 Gallerie ed è punto di partenza e di arrivo di un anello escursionistico tra i più spettacolari del Veneto, in quel gennaio del 1917 è in attesa di animarsi con un via vai di mezzi e di truppe al lavoro.
In queste condizioni si appresta a lavorare la 33ª Compagnia Minatori del Genio Militare italiano, formata da poco meno di 200 effettivi, tra soldati e ufficiali, specializzati nello scavo di gallerie e nell’approntamento di opere sotterranee.
L’ordine ufficiale, del 4 febbraio, è di costruire una nuova strada nel versante meridionale del Monte Pasubio, che colleghi Bocchetta Campiglia alla testata della Val Canale a 1920 metri di quota, dove sorge la città di baracche costruita per sostenere la prima linea attestata sull’altopiano sommitale del massiccio.
Non esistono mappe affidabili di questa zona.
L'intero versante della Bella Làita, il caotico groviglio di torrioni e canaloni rocciosi che oggi si attraversa tra la decima e la ventesima galleria, è segnato sulle carte solo come roccia. Nessuna traccia di sentieri, nessuna via sicura.
Il comando dei lavori è affidato al tenente Giuseppe Zappa. Nato a Reggio Emilia, 29 anni, Zappa si è laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Milano, nel 1911, distinguendosi poi come progettista di motori navali nei cantieri di Genova. Volontario allo scoppio della guerra, nel Genio Militare unisce competenza tecnica e capacità di comando; la barba folta e il portamento severo gli conferiscono un'aria più matura della sua giovane età.
Zappa analizza la montagna attraverso gli scatti della sua macchina fotografica, fotografie che riprendono l’intero versante meridionale del Pasubio, innevato. Le studia la sera, insieme ai suoi ufficiali per decidere il da farsi. Traccia segni a matita e abbozza un’idea di percorso.
Accanto a lui opera un gruppo di giovani e validi sottufficiali, tra cui il sottotenente Ugo Cassina, non ancora ventenne, futuro matematico di fama. Sarà lui, anni dopo, a raccontare che:
“non esisteva un vero progetto definitivo del lavoro, perché era impossibile redigerlo. [...] sapevamo di dover raggiungere Forni Alti e il Passo di Fontana d’Oro, ma non avevamo la minima idea del come avremmo potuto arrivarci, perché la Bella Laita, che bisognava attraversare, era inaccessibile.
Si decise di innalzarsi man mano, evitando le contropendenze, costruendo una strada mulattiera adatta anche al passaggio di piccoli carri”.
La nuova strada, nascosta dal tiro nemico, avrà il compito di sostituire il principale collegamento, costituito dalla camionabile degli Scarubbi, che da Bocchetta Campiglia risale il Pasubio dal versante nord-orientale. L'obiettivo è chiaro: portare uomini e rifornimenti alla linea avanzata senza essere esposti alla vista e al tiro delle truppe austro ungariche, che controllano le cime opposte e osservano attentamente la strada degli Scarubbi.
La necessità ha origine da un evento ben preciso: la Strafexpedition, la grande offensiva austro-ungarica della primavera 1916.
Lanciata il 15 maggio, la Strafexpedition vide decine di migliaia di soldati austro-ungarici muovere dalle linee settentrionali, per tentare di sfondare il fronte italiano nel settore vicentino e raggiungere la pianura veneta. Sul Pasubio, l'urto fu violentissimo.
Gli austriaci conquistarono ben presto le cime settentrionali del massiccio, dal Col Santo alla dorsale del Ròite, e minacciarono il versante meridionale, affacciato sulla Val Lèogra. Solo la disperata resistenza delle brigate italiane, come la Volturno, la Verona e la Liguria, riuscì a contenere l'offensiva.
A metà giugno del 1916, esaurita la spinta offensiva, la linea austro ungarica dominava ad ovest la Vallarsa, occupava il massiccio del Pasubio con le linee avanzate sull'altopiano di Cosmagnòn, sul Monte Ròite sul dente Austriaco fino a Malga Buse di Bisòrte, e continuava ad est del massiccio oltre il Passo della Bórcola, presidiando il crinale opposto dalla Borcoletta al Monte Majo.
Da quel momento il Pasubio divenne un caposaldo fondamentale, circondato dal nemico; Porte del Pasubio, 1928 metri di quota al centro del versante meridionale del massiccio, nella testata della Val Canale, si trasformò in un punto strategico, riparato dal tiro diretto del nemico ma esposto alle difficoltà di accesso e di rifornimento.
La cresta sommitale, con il Dente Italiano e il Dente Austriaco, era ancora aspramente contesa e gli austro-ungarici, dai loro osservatori avanzati, potevano facilmente colpire ogni movimento sulle vie esistenti.
Costruire una strada sicura e riparata non era più una scelta, a questo punto, era una necessità. È in queste condizioni, che a Bocchetta Campiglia, sotto le pendici ghiacciate della Bella Làita, ha inizio una delle imprese più straordinarie della Grande Guerra: la costruzione di quella che diventerà la celebre Strada delle 52 Gallerie.
Perforatori e dinamite
Il percorso tra pietra e polvere
L'ordine ufficiale di esecuzione dei lavori per la realizzazione della strada è datato 4 febbraio 1917, firmato dal colonnello D’Havet, comandante del Genio del V Corpo d’Armata e indirizzato al Comando del Genio della 44° Divisione.
“La strada dovrà essere carrareccia di una lunghezza massima di 3 metri, svolgendosi sempre sul rovescio e con l’andamento approssimativo che risulta dell’unito disegno. Tale indicazione è però semplicemente di massima, poiché data la natura rocciosa e frastagliata del terreno nel quale la strada dovrà svolgersi, non vi è la possibilità di potere preventivamente stabilire un regolare tracciato.
Da questa strada dovranno esservi numerosi e distanziati sentieri d'accesso alla sommità, ove dovranno ricavarsi caverne per appostazioni di mitragliatrici ed artiglierie di piccolo calibro. Antistante a questa linea di caverne attive, dovrà svolgersi un doppio ordine di reticolato costituito da cavalli-di Frisia, indicato nel disegno annesso [...]"
Tuttavia i primi lavori sono già attivi alla fine di gennaio, quando un distaccamento della 33° Compagnia formato da 16 minatori guidato dal sottotenente Ortelli, di Bergamo, arriva ai Colletti di Campiglia per aprire alcuni scavi esplorativi. A questi primi 16 minatori se ne aggiungeranno presto altri, con i lavori che procedono celermente nonostante il terreno ancora coperto di neve.
Il distaccamento lavora in particolare alla galleria-cannoniera, che nel complesso del tracciato finale diventerà l’ottava, dotata di quattro aperture di tir affacciate sul versante orientale, in direzione delle linee nemiche, fu concepita con scopi difensivi e di osservazione. Dalle postazioni di tiro lo sguardo può ancora oggi spaziare verso la catena del Monte Maio, di Cima Costón, Monte Bórcoletta fino al Passo della Bórcola.
La strada, a gennaio del 1917 è definita semplicemente la “mulattiera per Forni Alti”. Nel frattempo, il comando della compagnia rimane acquartierato a Monte Alba, dove si trova dal 30 dicembre scorso, per completare lavori ancora aperti in quel settore.
Dal 14 marzo, il comando al completo della 33ª Compagnia Minatori è a Bocchetta Campiglia e occupa le pendici ancora innevate della Bella Laita, ci sono baracche in legno per le truppe e i comandi, magazzini e depositi per i materiali di lavoro, officine.
La baracca del comandante Giuseppe Zappa, abbarbicata sui roccioni poco sopra Bocchetta Campiglia, domina l’accampamento.
Si organizzano le squadre e i reparti di territoriali aggregati alla compagnia, formati da soldati più anziani o inadatti al fronte, impiegati nei lavori. Nel momento di massima concentrazione saranno fino a 600 le persone impiegate contemporaneamente nei lavori di scavo e predisposizione della strada.
Per forare la roccia si utilizzano perforatori pneumatici collegati con lunghe tubazioni alla centrale operativa di Malga Busi, i cui resti sono visibili ancora oggi lungo la strada che dalla località Ponte Verde raggiunge Bocchetta Campiglia.
A Malga Busi, 4 motori producono l’aria compressa necessaria al funzionamento dei perforatori. Nei fori ricavati si inseriscono con grande perizia le cariche di esplosivo necessarie per frantumare, metro dopo metro, la roccia della montagna, cercando di sfruttare al meglio le discontinuità naturali.
I detriti riempiono rapidamente il passaggio e devono essere rimossi con pala e carriole. L’aria è pesante a causa del fumo e delle polveri e sono perciò necessarie pause tecniche per provvedere alla ventilazione delle gallerie più lunghe.
Le squadre lavorano contemporaneamente su più fronti. Alcuni soldati scavano, altri costruiscono i camminamenti esterni protetti da muraglioni in pietra a secco, altri ancora gestiscono le teleferiche che trasportano materiali essenziali sospesi sulle valli sottostanti.
La tabella di marcia risulta intensa. Il genio militare insiste affinché lo scavo proceda giorno e notte, con ricambi di personale ogni otto-dieci ore. La cronologia dei lavori segna un incremento di produttività verso metà febbraio, quando viene approntata la prima piccola teleferica a mano per spostare materiali leggeri.
Così scrive nel suo rapporto il tenente Zappa, il 25 Marzo:
"Bocchetta Campiglia, Forni Alti. In corso di sistemazione il tratto di mulattiera inferiore. Si sono impiantate due teleferiche a mano per trasporto materiali. si continua nella costruzione del sentiero di accesso a Cima Cuaro per attaccare il lavoro della mulattiera al secondo tratto. Forza impiegata: 75 uomini del genio, 110 centurioni e 7 borghesi.
A marzo e aprile, il ritorno di nevicate e bufere rende ogni progresso ancora più difficile. Il sottotenente Ugo Cassina annota nel suo diario:
"Il tempo perverso ci obbligava a sospendere, ma mai per più di pochi giorni".
Nonostante le difficoltà, entro la primavera la compagnia ha già realizzato i primi tratti fino a raggiungere i piedi della grande parete della Bella Laita.
Ora, davanti a loro, si erge una barriera naturale apparentemente insormontabile: oltre duecento metri di strapiombo verticale. Non si può più salire all’esterno. Bisogna entrare nella montagna.
Non solo numeri
Il complesso sistema logistico
La guerra di montagna sul Pasubio non si misurava soltanto in colpi sparati o trincee conquistate.
La dimensione numerica delle opere realizzate, degli uomini impiegati, dei materiali trasportati racconta un’altra faccia della guerra: quella organizzativa, logistica, materiale.
Per quanto riguarda la strada, alla fine dell’opera la sua lunghezza complessiva sarà di poco meno di 6550 metri, di cui 2300 metri scavati in galleria e il resto tracciato a mezza costa nella roccia viva.
Delle 52 gallerie totali, almeno 7 di esse superano i 100 metri di sviluppo.
Il lavoro iniziò nel gennaio del 1917 con una ventina di uomini, ma nei mesi di massima attività, tra aprile e settembre, furono impiegati stabilmente circa 600 addetti, inclusi reparti territoriali ausiliari e manovalanza.
Per sostenere questi cantieri fu necessario realizzare un complesso sistema di infrastrutture:
- diverse teleferiche a mano (telèfori),
- sistemi di distribuzione dell’acqua
- un’ampia rete di distribuzione per l’aria compressa
L’alimentazione pneumatica dei martelli fu resa possibile dall’impianto entrato in funzione ad Ottobre del 1916 a Malga Busi: 20 metri cubi di aria al minuto (ai quali se ne aggiunsero nove a maggio del 1917) ad una pressione variabile da 7 a 10 atmosfere, distribuiti grazie a quattro tubazioni che raggiungevano Porte del Pasubio, Passo di Fontana d’Oro, Val Camossara, Bocchetta Campiglia e Bella Laita. Trenta chilometri di tubazioni principali, dalle quali si diramavano altri venti chilometri secondari.
Per far funzionare gli impianti e dare da bere agli uomini e agli animali fu attivato anche un acquedotto militare, che faceva capo sempre alla centrale di Malga Busi, la tubazione principale saliva per Fontana d'oro fino a Cima Palon a 2232 metri alimentando una rete di serbatoi dai quali partivano le tubazioni secondarie in una rete di oltre quaranta chilometri. Nel complesso, il sistema idrico del Pasubio poteva fornire fino ad 80.000 litri di acqua al giorno.
Sul Pasubio, da parte italiana, erano in funzione ben 12 teleferiche, che dalle stazioni inferiori presso le rotabili di fondo valle, sia della Vallarsa e sia della Val Lèogra, sollevavano ogni giorno centinaia di tonnellate di materiale alle stazioni superiori presso il Cosmagnón, la Lòra, il Soglio dell'Incudine, le Porte del Pasubio, il passo di Fontana d'Oro e le Acque Fredde. Da alcuni punti di arrivo il trasporto continuava con telèfori a mano verso le prime linee o altre località.
Ogni giorno, da fondovalle, risalivano migliaia di chilogrammi di materiale: munizioni, viveri, cemento, chiodi, legname, corde, attrezzi. Le salmerie si muovevano su mulattiere, teleferiche, sentieri attrezzati, a qualsiasi ora e con qualsiasi tempo.
Le linee telefoniche e telegrafiche tracciate lungo il massiccio si estendevano per decine di chilometri, collegate a centrali ben riparate e mimetizzate.
Ma la logistica riguardava anche i numeri umani.
Nel 1916, durante e dopo la Strafexpedition, il numero di soldati italiani presenti sul massiccio e nelle valli circostanti fu stimato in non meno di 50.000 uomini, contro circa 30.000 austro-ungarici.
Per servire queste truppe furono costruiti chilometri di trincee, camminamenti, ricoveri. Solo nella zona sommitale del Pasubio, tra il Dente Italiano, il Dente Austriaco e Cima Palón, si realizzarono oltre 7 chilometri di linee di difesa scavate nella roccia.
Le perdite documentate in un solo giorno, il 2 luglio 1916, durante l’attacco alla linea Cima Palon - M. Corno ammontarono a 2797 soldati italiani fuori combattimento e 587 austroungarici.
Durante l'intero conflitto sul Pasubio, le truppe si alternarono costantemente, ma alcune brigate come la Liguria e la Volturno vi rimasero impegnate per lunghi periodi, legando parte della loro gloriosa storia a questo massiccio.
Oltre la Bella Laita
Il tratto più difficile e spettacolare
Tra marzo e aprile del 1917, la costruzione della strada entra in una nuova fase. La compagnia ha superato i primi tratti esposti e ha raggiunto le pendici della Bella Laita, tra la decima e la ventesima galleria si svilupperà il tratto più complicato e affascinante di tutto il percorso.
Ma è anche il momento nel quale avviene un cambio importante. Il tenente Giuseppe Zappa, comandante della 33° compagnia dal 18 gennaio, che aveva guidato i lavori fin dai primi sopralluoghi con la montagna ancora coperta di neve, viene richiamato a Torino, trasferito alla direzione dell’Aeronautica. Era stato il promotore di un metodo di lavoro che univa fotografia, rilievo sul campo, e verifica empirica metro dopo metro.
Scrive Ugo Cassina nel suo resoconto:
“il 22 aprile Zappa ricevette l’ordine di partire dalla compagnia per raggiungere la direzione dell’Aeronautica di Torino. Partiva il maestro. Ma ormai eravamo divenuti tutti abbastanza esperti; la strada ci aveva sedotti e aveva sedotto anche i graduati e i soldati.”
A succedergli è il capitano Corrado Picone, ingegnere ventiquattrenne di Napoli, ufficiale effettivo del Genio. Inizialmente dubbioso sulla fattibilità della strada, Picone ne riconosce ben presto l’importanza e la qualità del lavoro svolto. Prende il comando del cantiere sul posto e ne riorganizza alcuni aspetti, con maggiore efficienza logistica e rotazione dei turni.
È in questa fase che si affronta la parte più difficile del tracciato, ovvero superare in verticale le balze sommitali del settore della Bella Laita. L’accesso in quota è bloccato da un sistema di creste e salti rocciosi, da qui nasce la necessità di entrare dentro la montagna, scavando in profondità.
Il compito ricade in buona parte sul giovane sottotenente Ugo Cassina, che in questi mesi assume un ruolo chiave nel disegno e nel controllo dei tracciati interni.
Viene così progettata la 19ª galleria, scavata con un andamento elicoidale, una spirale che si sviluppa all’interno di un torrione naturale di roccia. È lunga oltre 320 metri, con andamento curvilineo continuo, guadagnando quota in uno spazio angusto e protetto. Serviranno 10 imbocchi diversi, con altrettante finestre necessarie a dare luce e aria, e verrà terminata il 20 Luglio 1917.
Cassina la descriverà come un’opera unica: “salivamo come in un cavatappi, scavando pochi centimetri alla volta, cercando di non uscire mai dal profilo della roccia”
Per guidare lo scavo si procede con attacchi simultanei da più punti. I calcoli sono fatti sul posto, il raggio di curvatura, le inclinazioni, il raccordo tra le gallerie viene determinato con metodo empirico, ma con estrema precisione.
Subito dopo la 19ª si apre la 20ª galleria, forse ancora più spettacolare. Più breve, ma ancora più avvolta su se stessa, sale dentro un pinnacolo roccioso isolato, con pendenza accentuata e curvatura ancora più stretta. Anche qui si scava a spirale, mantenendo sempre la sezione minima della galleria, poco più di due metri di larghezza per il transito dei muli.
Già ai primi di maggio del 1917, la compagnia aveva iniziato a frazionarsi, con la creazione di nuovi distaccamenti.
La Bella Laita, già dotata già di alcune baracche, in breve tempo, si trasforma in un "popoloso paese in legno e tela" che ospita centinaia di uomini e che accoglie dal primo di agosto anche il Capitano Picone con il comando di compagnia, permettendogli di assumere l'effettiva direzione di tutti i lavori da lassù.
I punti chiave del versante meridionale del Pasubio, diventano così altrettante basi operative e in poco tempo tutti i settori e le valli che li dividono, sono occupati: da est ad ovest sono Bella Laita, Val Camossara, Forni Alti, Val Fontana d’Oro, Sogli Rossi, Val Canale.
Il 6 agosto un plotone composto da 4 ufficiali e 50 uomini si trasferisce da Bella Laita alla testata di Val Fontana d'Oro, presso la sella che divide il settore di Forni Alti e del Soglio Rosso. Qui si sistema in baracche, lavorando sul tratto di strada val Camossara - Fontana d'Oro. Quattro giorni più tardi anche due centurie delle sei a disposizione della compagnia vengono inviate a Fontana d'Oro.
Il 23 agosto, altri 50 uomini raggiungono il distaccamento al cui comando viene destinato il tenente Ricci che, per il tratto tra Val Camossara e Fontana d'Oro, sfrutta un gradone erboso sulla parete dei Forni Alti, identifica da Cassina e Ruffini in una precedente ricognizione, realizzando il passaggio con una serie di tratti in galleria e a mezza costa che attraversano l’ampia curva della valle. Saranno necessari muraglioni a secco e robusti paravalanghe per mettere in sicurezza questo tratto di strada.
L'ultimo tratto di strada (circa 3 chilometri) tra la Val Camossara e Porte del Pasubio attraverso Fontana d’Oro, sarà terminato tra il primo settembre e il primo dicembre 1917; sale a toccare quasi la cima del Soglio Rosso (2021 metri), offre uno dei tratti più aerei e spettacolari e poi in discesa raggiunge Porte del Pasubio (1927 metri) nella testata della val Canale.
Ai primi di dicembre 1917, la 33ª Compagnia Minatori riceve l'ordine di spostarsi in Val di Chiampo. In quel momento, la compagnia abbandonò il lavoro "che in una decina di giorni avremmo rifinito", indicando che la strada era ormai praticamente ultimata.
Rispetto al tracciato definitivo, al momento della partenza della 33ª Compagnia Minatori, mancano ancora all’appello le attuali gallerie 49 e 50, che saranno costruite di li a poco.
Sono stati complessivamente scavati nella roccia più di 6 chilometri di strada, perforate 50 gallerie, aperte finestre per l’areazione e l’illuminazione, predisposte gallerie accessorie, costruiti muri di sostegno, ricoveri e paravalanghe, sistemate baracche e magazzini, installate teleferiche, predisposti ringhiere e funi metalliche per la sicurezza.
A Bocchetta Campiglia, l’ingresso della prima galleria è stato rivestito di cemento e sagomato ad arco ed incisi a futura memoria rimangono i nomi dei reparti che hanno contribuito alla realizzazione della strada.
Dolomie e calcari
Ambiente e natura del Pasubio
Il Pasubio marca con la sua compatta e massiccia presenza il confine tra Veneto e Trentino e rappresenta l’ultimo rilievo importante delle Prealpi Vicentine. Un massiccio isolato e ben identificabile, delimitato da quattro valli: sul versante vicentino, verso sud e sud-est, le pareti a precipizio calano sulla la Val Lèogra e la Val Posina; sul versante trentino, verso nord e nord-ovest, degrada verso la Vallarsa e la Val Terragnolo fino a lambire Rovereto con versanti più dolci e ondulati.
La cima principale è il Palòn, 2.232 metri, ma la montagna offre una complessa sequenza di creste e dorsali che si snodano per oltre 10 chilometri con alture divenute famose nel corso della Grande Guerra: il Dente Italiano (2220 metri) e il Dente Austriaco (2141 metri), Monte Ròite (2144), Monte Corno (2141 metri), Col Santo (2112 metri). Dalla depressione di Porte del Pasubio (1928 metri) si stacca a sud-est un dorsale conosciuto anche come le Cinque Cime, che dal monte Forni Alti (2023 metri) degrada bruscamente verso Bocchetta Campiglia e sulla quale si sviluppa la Strada della 52 Gallerie
La storia geologica del Pasubio inizia oltre 200 milioni di anni fa, raccontata dalle evidenti stratificazioni che segnano le dolomie triassiche e i calcari grigi giurassici che lo compongono. Rocce che il carsismo ha modellato con doline, inghiottitoi e grotte naturali lasciando un ambiente superficiale povero d’acqua; la pioggia infatti scompare in profondità e riemerge molto più in basso, rendendo la sommità del massiccio arida, anche d’estate, nonostante le abbondanti piogge che caratterizzano l’alta Val Leogra. Ciò contribuisce a rendere la montagna ancora più aspra e severa, con ampie praterie d’alta quota che interrompono le pareti verticali e le balze rocciose.
Sotto i 1.500 metri, faggete e boschi misti coprono le pendici. Il faggio domina nei versanti più freschi mentre su quelli più assolati si sviluppano pino silvestre, larice e abete rosso. Salendo verso i 1.800 metri, i boschi cedono il passo ai caratteristici cespuglieti di pino mugo e rododendro, con praterie alpine ricche di fiori tra i mesi di giugno e agosto. Queste praterie ospitano specie adattate al vento e al freddo, come il ranuncolo alpino, le genziane e le stelle alpine.
Il Pasubio è un mosaico di ambienti: oltre 800 specie vegetali censite, alcune rare o endemiche. Nelle fessure delle rocce tra 1.500 e 2.000 metri cresce ad esempio lo splendido raponzolo di roccia, una specie protetta dalle direttive europee e la Primula spectabilis, dai fiori rosa, colonizza invece i ghiaioni e i margini dei nevai in quota, tra Val Canale, Porte del Pasubio e la Strada delle Gallerie.
In quota, il pascolo ha mantenuto le praterie aperte, frenando la risalita dei boschi ma dove il pascolo scompare, il bosco torna a chiudere gli spazi.
Anche la fauna riflette la varietà degli ambienti.
Nei boschi vivono caprioli, volpi, tassi, scoiattoli. Nei pascoli sommitali è facile osservare camosci, marmotte e lepri variabili. Nei cieli sopra i crinali volteggiano aquile reali, falchi, gracchi alpini. Nidificano, tra gli altri, la pernice bianca e il gallo forcello, per molte specie il Pasubio rappresenta il confine meridionale del loro areale, vera e propria isola ecologica.
Lungo i ruscelli resistono ancora la salamandra e la rana alpina. Recentemente è tornato anche il lupo, segno di una catena ecologica in continuo mutamento e alla ricerca di equilibri e variazioni.
Il Pasubio è protetto come Zona Speciale di Conservazione e Zona di Protezione Speciale nell’ambito della rete Natura 2000. L’area copre il cuore roccioso del massiccio e tutela habitat prioritari: faggete, praterie subalpine ricche di orchidee, pareti calcaree e zone umide residue.
Sono segnalate almeno dieci specie di interesse comunitario, tra cui il lupo, la marmotta, il raponzolo di roccia, la primula spectabilis, la scarpetta di Venere, diverse farfalle e uccelli alpini.
Il valore naturalistico del Pasubio non si misura solo nella varietà di piante e animali, ma nella coesistenza di numerosi paesaggi, modellati da secoli di pascolo, silvicoltura e storia militare. Così, le trincee e le gallerie, scavate nella roccia durante la Grande Guerra, sono ormai inglobate nell’ambiente. Lungo i sentieri, capita di osservare licheni che riconquistano vecchie postazioni o praterie che nascondono resti di camminamenti.
Il Pasubio è un archivio naturale e storico, un luogo dove montagne, piante e animali convivono con le profonde tracce lasciate dagli eventi storici.
La sua biodiversità, il mosaico di ambienti e la presenza di specie uniche fanno di questo massiccio uno dei principali laboratori naturali delle Prealpi. Qui ogni dettaglio, dal fiore aggrappato alla roccia all’impronta di un animale sulla neve, racconta la storia continua di adattamento e trasformazione di un ambiente alpino di grande valore.
L’eco della guerra
Le mine dei denti Austriaco e Italiano
La Strada delle 52 Gallerie era solo uno degli impegni affidati alla 33ª Compagnia Minatori sul Pasubio. Parallelamente, nelle zone più alte della montagna, in particolare sulle cime del Dente Italiano e del Dente Austriaco, un'altra forma di conflitto si svolgeva con brutalità e silenzio: la guerra di mine.
Qui, dove gli eserciti italiano e austro-ungarico si fronteggiavano a distanze minime, spesso separate da pochi metri di roccia, gli attacchi convenzionali si rivelavano infruttuosi. La soluzione divenne la "lotta sotterranea", una strategia titanica e snervante.
Scrive Ugo Cassina nel suo diario:
«Sul Pasubio si combatté una guerra sotterranea, una guerra di mina: soldati e minatori scavavano silenziosamente tunnel sotto le postazioni avversarie, caricandole con esplosivo per farle esplodere dal basso.»
Questi lavori venivano svolti con estrema cautela. I tunnel erano scavati manualmente nella roccia, utilizzando strumenti semplici come picconi, pale e martelli. Ogni minimo rumore poteva tradire la posizione del tunnel ai minatori nemici, che a loro volta scavavano verso le posizioni italiane.
Cassina descrive con precisione:
«Nei cunicoli più avanzati lavoravamo quasi nel buio completo. Una piccola lampada a carburo illuminava a malapena il percorso. Ogni minimo rumore ci fermava immediatamente.»
Nel settembre del 1917 la tensione aumentò ulteriormente. Nella notte del 29 settembre, all’una e cinquanta, esplose la prima mina austro-ungarica sotto il Dente Italiano, causando la morte di ventidue militari tra cui il Capitano Motti e il Capitano Melchiori e diversi danni nelle strutture sotterranee italiane. Cassina racconta che, la notte precedente l'esplosione, lui e il tenente Ruffini si erano recati nella zona del Palon per visitare i lavori di mina condotti dalla 26ª Compagnia Minatori. Era la loro prima volta in quei cunicoli profondi sotto il Dente.
Subito dopo l’esplosione, la 33ª Compagnia Minatori, che aveva fino ad allora operato sulla strada, venne chiamata urgentemente per assistere i compagni della 26ª, rimuovere i detriti, recuperare i corpi e preparare la contromina italiana. Cassina annota:
«Il giorno dopo, con la 26ª compagnia sotto shock, venne chiamata proprio la 33ª per sgomberare morti e detriti, ma anche per caricare e far esplodere la contromina italiana del 2 ottobre.»
L’operazione di contromina fu svolta rapidamente, in condizioni difficili, con turni di lavoro incessanti. Il tenente Ruffini scrisse a sua madre il 4 ottobre 1917 descrivendo le condizioni estreme vissute:
«La 33ª Compagnia Minatori e due plotoni autonomi, fra cui il mio, vennero incaricati di sgomberare i detriti, caricare di esplosivo e far brillare la mina. Ci recammo sul posto mentre annottava, e toccò proprio a me iniziare il lavoro subito che fummo arrivati.»
Nella relazione del Capitano Picone sono elencati con precisione i lavori svolti dalla compagnia come lo sgombero della galleria Napoli dai detriti della mina austriaca, la regolarizzazione della parete di attacco con sacchi a terra, il caricamento con 540 cassette di gelatina esplosiva, l'innesco della carica con tubi esplodenti e altri sistemi ridondanti, la predisposizione dei circuiti elettrici di accensione, l'intasamento della carica, con traversi e sacchi a terra bagnati e infine, il brillamento.
Sempre dalla relazione del Capitano Picone, si legge:
“avvenuto il brillamento, si procedette alla verifica degli effetti dell’esplosione, i quali possono riassumersi in un'ampia escavazione al cui imbuto apparente il sottoscritto, in base alle osservazioni eseguite, attribuisce i seguenti dati. apertura 40 metri circa; altezza dell’imbuto 20 metri.”
La Compagnia rimase poi impegnata in diversi altri interventi legati alla guerra di mine fino ai primi di dicembre 1917, quando ricevette l’ordine di spostarsi verso la Val di Chiampo, lasciando temporaneamente la zona del Pasubio dove vi farà ritorno a febbraio del 1918, per lavorare ad un’ardita galleria sul monte Corno Battisti.
La guerra di mine si concluderà solamente il 13 marzo del 1918, con un ultimo tentativo austriaco di risolvere la contesa dei Denti, un’ultima mina farà quarantadue vittime tra i soldati italiani e cambierà profondamente il profilo del Dente Italiano. Da settembre del 1917 a marzo del 1918, 10 mine sconvolgeranno la parte sommitale del Pasubio.
Una città tra le nuvole
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La piccola Milano di Porte del Pasubio
Nell'estate del 1916, a quasi duemila metri d'altitudine, nasce una città. Non una base, non un campo trincerato: una città. Sui ripiani di ghiaia e roccia di Porte del Pasubio, il comando italiano trasformò quella che era solamente una sella montana sulla testata della Val Canale, in un centro abitato stabile, organizzato e funzionale.
In una celebre cartolina, il generale Achille Papa la chiamò "el Milanìn del Pasubi": una piccola Milano, fatta di baracche, scale, magazzini, ospedali, cucine, centrali telefoniche e infermerie. Tutto connesso da sentieri interni, traverse, teleferiche, cavi sospesi e linee da campo.
Il complesso comprendeva:
- più di 70 baracche,
- almeno 3 ospedali da campo,
- una centrale telefonica e una linea telegrafica,
- due magazzini principali e depositi per munizioni e viveri,
- una serie di spacci cooperativi,
- un forno da campo per il pane.
Tutto ciò che serviva arrivava da valle attraverso le teleferiche: materiali, attrezzi, viveri, acqua. Poi veniva distribuito a piedi o a dorso di mulo lungo le direttrici interne del fronte.
Porte del Pasubio non era solo un nodo logistico. Era un luogo abitato. Le fotografie lo mostrano con precisione: soldati al sole, panni stesi, scarponi ad asciugare, legna impilata, gavette lavate, scodelle, scale di legno e tetti ricoperti di pietre.
E poi c'è una baracca diversa dalle altre, costruita in muratura, con tetto rinforzato e posizione centrale. Era la baracca più solida dell'intero complesso. Dopo la guerra, quasi tutto verrà cancellato e smantellato. Ma quell’edificio rimarrà in piedi.
Poco dopo la guerra la sezione del Club Alpino Italiano di Schio decide di recuperarla. La adatta, la sistema, la apre agli escursionisti. Il 2 luglio del 1922 viene così inaugurato il Rifugio Pasubio, alla presenza di una grande folla tra escursionisti, reduci, associazioni, cariche militari (tra cui il generale d’Havet). Sono state fra le tre e le quattromila (un numero enorme, superiore a ogni aspettativa) le persone accorse quel giorno in Pasubio con un’intera colonna di torpedoni partiti alle tre di notte dalla piazza del Duomo, a Schio.
Ricavato da una struttura costruita durante la guerra e sopravvissuta al tempo e agli elementi, verrà ampliato più volte. Nel 1929 una seconda ala darà vita ad una nuova fase del rifugio, che diventerà ora un vero punto di appoggio, con un gestore che ne garantisce accoglienza e ospitalità.
Tra il 1935 e il 1938, l’allora ente Provinciale per il Turismo promuoverà la valorizzazione storica, alpinistica, turistica e sportiva del Pasubio, verrà sistemata la Strada delle Gallerie e verranno ripristinate tutte le altre strade di accesso al Pasubio: quella che da Santa Caterina porta a Passo Xomo, quella degli Scarubbi che da Passo Xomo prosegue per Bocchetta Campiglia e arriva quindi al Rifugio e quella di Val di Fieno che da Pian delle Fugazze risale la Val di Fieno fino alla galleria D’Havet. Ma soprattutto verrà costruito, sul tracciato della stretta mulattiera di guerra che collegava la galleria D’Havet con Porte del Pasubio, un nuovo tratto di strada, quello che prenderà il nome di Strada degli Eroi.
Il 2 ottobre 1937, l’auto con a bordo il prefetto e il presidente dell’Ente Provinciale per il Turismo si avventura a percorrere per la prima volta il nuovo tratto di strada che collega finalmente la pianura con il Pasubio; in questo momento la nuova ala del Rifugio (la terza) è quasi completata e si avvia una nuova fase per tutta la montagna. Una servizio automobilistico domenicale, con torpedone a 14 posti e percorso Vicenza - Schio - Ponte Verde - Passo Xomo - Strada degli Scarubbi e Porte del Pasubio, con partenza alle ore 7 da Vicenza, assicurerà l’accesso e la visita ai campi di battaglia.
Infine, nel 1938 il rifugio cambierà nome: da Rifugio Pasubio a Rifugio Papa, con una cerimonia che non ci sarà mai. La data era stata fissata per il 2 luglio 1939, poi spostata ad agosto a causa dei nuovi lavori e infine fissata, anche per richiesta della famiglia Papa e dei reduci della Brigata Liguria che desideravano una cerimonia a rifugio del tutto completato, al 2 luglio del 1940. E però da settembre, con l’invasione tedesca della Polonia, l’Europa entra in guerra. Il 10 giugno del 1940 anche l’Italia vi entra, e tutto si ferma.
L’ultimo grande intervento sarà a cento anni esatti dalla prima inaugurazione, nel 2022 il Rifugio si dota di una nuova struttura, un corpo a sé, appena staccato rispetto all’edificio originale, con design moderno e pulito.
Da campo militare a rifugio alpino. Da nodo strategico a luogo di memoria. Oggi Porte del Pasubio non è solo un sito storico ma è un paese tra le nuvole che continua a vivere nel paesaggio, nei sentieri e nella pietra rimasta.
Il generale del Ciabot
Il Pasubio del generale Achille Papa
Quando la Brigata Liguria arriva sul Pasubio nel luglio del 1916, il massiccio è già stato trasformato in un'enorme trincea fortificata. La brigata, composta dal 157º e 158º Reggimento di fanteria, è una delle unità più importanti dell’esercito italiano e ha già combattuto duramente nel primo anno di guerra. È formata in gran parte da soldati piemontesi, liguri e lombardi, veterani delle prime offensive sull'Isonzo e ora chiamati a difendere il fronte montano.
Al comando c’è Achille Papa, un generale dalla reputazione solida, che presto diventerà il simbolo stesso della resistenza sul Pasubio.
Nato nel 1859 a Brescia, Papa ha sessant’anni quando assume il comando della Brigata Liguria. È un ufficiale di carriera, con una lunga esperienza in operazioni di fanteria, e si distingue per il suo carattere severo ma giusto. Ha combattuto in Eritrea, partecipando alla battaglia di Adua nel 1896, e ha trascorso anni in ruoli strategici nell’esercito. Quando arriva sul Pasubio trova una situazione precaria, il massiccio è stato appena salvato dall’avanzata austro-ungarica nella Strafexpedition, la grande offensiva del maggio-giugno 1916, e le difese italiane sono ancora fragili.
In una delle sue prime lettere alla famiglia, scritta nel luglio 1916, descrive la situazione con toni pratici, quasi asciutti:
“Qui procede lavoro indefesso nella sistemazione. Ho 7 perforatrici e 1000 minatori. La mia Brigata è specialista in questo lavoro. Il mio settore va sempre più sistemandosi. Certo che sono montagne infernali. Si sentono mine tutto il giorno. Camminamenti, caverne, trincee, strade: tutti lavori in roccia che costano fatica enorme.”
– Lettera del generale Papa alla moglie, 25 luglio 1916
Papa stabilisce il comando della Brigata Liguria a Porte del Pasubio, un luogo strategico situato appena dietro la prima linea, al riparo dal tiro nemico. Qui nasce una vera e propria città militare, che i soldati iniziano a chiamare “El Milanìn del Pasubi”, un soprannome che richiama l’immagine di una piccola metropoli in miniatura. È un nodo logistico fondamentale, dove si concentrano i comandi operativi, gli ospedali da campo, i magazzini per i rifornimenti, le cucine militari e le caserme che ospitano centinaia di soldati.
Le lettere di Papa alla famiglia restituiscono la vita frenetica di questo luogo. Scrive di riunioni, ispezioni e continui arrivi di rinforzi. In un’altra missiva, datata agosto 1916, racconta:
“Vi mando la fotografia del mio ‘ciabot’ di quassù, presa durante una mia assenza e mentre Carlo vi sta facendo pulizia. Vedete il mio tavolino, una carta topografica alla parete, libri che sostengono una vostra fotografia e la tappezzeria è di sacchi a terra.”
– Lettera del generale Papa alla famiglia, 11 luglio 1916
l suo alloggio, una semplice baracca di legno con pochi arredi essenziali, diventa il centro operativo delle operazioni italiane sul Pasubio. In quelle stanze si pianificano le azioni difensive, si coordinano le truppe e si organizzano i lavori per rafforzare le posizioni.
Con l’arrivo del 1917, mentre la guerra di mine infuria tra il Dente Italiano e il Dente Austriaco, il comando di Porte del Pasubio assume un ruolo sempre più critico. I tunnel scavati nella roccia diventano arterie vitali per il trasporto di munizioni e viveri, mentre l’insediamento si espande per ospitare nuovi reparti. Dopo la battaglia di Caporetto, nell’ottobre 1917, molte posizioni italiane lungo il fronte orientale crollano, ma il Pasubio resiste. Porte del Pasubio continua a funzionare come centro nevralgico fino alla fine della guerra, garantendo il flusso di rifornimenti e il comando delle operazioni difensive.
Papa rimane al comando del settore fino al luglio del 1917, quando viene promosso e trasferito alla guida della 44ª Divisione. Il suo successore, il colonnello Enrico Bassi, eredita un’area ben organizzata, ma costantemente sotto pressione.
Poche settimane dopo, a seguito della sanguinosa battaglia dell’Ortigara, la 44ª viene inviata sul fronte dell’Isonzo, nella zona della Bainsizza. È l’ultima estate di Papa.
Il 5 ottobre 1917, mentre ispeziona una posizione appena conquistata nei pressi di quota 800 di Na Kobil, viene colpito da un cecchino austro-ungarico. Muore poche ore dopo. Alla sua memoria sarà concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Così si chiude la vita di uno dei protagonisti della difesa del Pasubio. Un generale che, come scrisse un ufficiale al fronte:
“non ordinava soltanto, mostrava la strada”.
Ex arduis perpetuum nomen
Un nome, 52 nomi
Dicembre 1917. ll capitano Corrado Picone sfoglia le carte con movimenti rapidi, il volto illuminato dalla luce della lampada a carburo. Davanti a sé, stesa sulla tavola di legno della baracca, il percorso della Strada delle 52 Gallerie è ormai completo nel suo tracciato. Ma ogni tunnel, ogni varco scavato nella roccia, ha bisogno di un nome. Serve ordine, memoria, riconoscimento.
Fuori dalla baracca, il vento scende a raffiche dalla Bella Laita, scuotendo le pareti di legno e sollevando polvere nei camminamenti. Il rimbombo delle detonazioni, più a monte, annuncia che i lavori non sono ancora finiti. Picone prende la matita e inizia a scrivere, saranno i nomi che oggi si possono leggere all’ingresso di ciascuna galleria, nelle targhe in marmo poste all’inizio degli anni 90 a cura dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci.
Il primo nome è inevitabile: Galleria Cap. Zappa, in onore di Giuseppe Zappa, il pioniere dell’opera, colui che ha impostato il percorso e diretto la costruzione fino al suo trasferimento nell’aprile del 1917. Diciassette metri di roccia forata che portano il nome di chi ha dato inizio a tutto.
Scorrendo la mappa, Picone prosegue. La seconda galleria è intitolata al Generale D’Havet, il comandante che ha avuto un ruolo chiave nella difesa del Pasubio. Poi seguono Galleria Rovereto, un tributo alla città che ha vissuto in prima linea la guerra, e la Galleria Tenente Battisti, dedicata a Cesare Battisti, irredentista e patriota, giustiziato dagli austriaci nel 1916.
L’elenco continua, con nomi che evocano uomini e città, eroi e reparti. Galleria Oberdan, in onore di Guglielmo Oberdan, martire dell’irredentismo. Galleria Trieste, simbolo di una terra ancora sotto dominio straniero. Galleria Generale Cantore, per Antonio Cantore, medaglia d’oro al valore militare caduto sul fronte dolomitico. Galleria Generale Zoppi, per Gaetano Zoppi, che comandò il Quinto Corpo d’Armata e fu uno degli artefici della strategia difensiva sul Pasubio.
Più in alto le mine continuano a detonare a intervalli regolari. Picone alza lo sguardo per un attimo, ascolta il rimbombo che si disperde tra le rocce, poi torna a scrivere. Le gallerie non sono solo passaggi scavati con martelli e dinamite, ognuna è un pezzo della storia della guerra.
A metà del percorso compare un nome familiare: Galleria Cap. Picone, il suo stesso nome inciso nella roccia. Novantotto metri di tunnel che lui stesso ha supervisionato, decine di giorni di scavo tra polvere e umidità. Ma non si sofferma. Continua con la Galleria Generale Papa, per Achille Papa, già comandante della Brigata Liguria e poi dell’intera 44° Divisione, da poco trasferitosi sull’Altopiano della Bainsizza.
La lista prosegue: Galleria 33ª Minatori, per ricordare gli uomini del genio che hanno scavato queste pareti a colpi di scalpello. Galleria Zappatori Liguria, un tributo ai fanti che hanno difeso il Pasubio con la vanga prima ancora che con il fucile.
Alla fine, cinquanta nomi riempiono la mappa. Picone posa la matita, si passa una mano sulla fronte e rilegge l’elenco. Ognuno di quei tunnel ha ora un’identità, un nome inciso nella memoria della guerra. Fuori, il vento si placa per un momento, mentre gli ultimi echi delle detonazioni si perdono nella notte.
Solo successivamente, in anni ben più recenti, le altre due gallerie che oggi sono la 49 e la 50, e che al tempo di Picone non erano ancora state ultimate, avranno la propria dedica: saranno la Galleria Soldato Italiano, per chi non ha avuto una medaglia, ma ha lasciato il proprio sudore e il proprio sangue tra queste pietre, e la Galleria Cavaliere di Vittorio Veneto, per i combattenti sopravvissuti alla Grande Guerra, ai quali, nel 1968 è stata riconosciuta l'onorificenza.
Crediti
L'audio guida della Strada delle 52 Gallerie è stata scritta e realizzata da Biosphaera, società cooperativa sociale, per conto dell'Unione Montana Pasubio e Piccole Dolomiti, nell'ambito del progetto Green Communities.
Testi e sceneggiatura di Michele Ferretto.
La bibliografia di riferimento è consultabile nella pagina dedicata del sito pasubiopiccoledolomiti.it.









